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  • Modulo 21 - ALIENI | SMO Lab

    Alieno. Così mi sento. Quando da fuori mi guardo ridere, correre, parlare o ascoltare. Soffrire, scrivere, piangere o ballare. Spingere, annusare, fuggire o lottare. Prendere, lasciare, fottere o amare. Alieno al mondo che mi ospita insieme ad altri ostili coinquilini abito quest’uomo con contratto ad equo canone pagando la pigione con l’unica moneta in corso tra gli umani: l’indifferenza. Modulo 21 ALIENI Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo o non lo siamo. Entrambe sono egualmente terrificanti.” - Arthur C. Clarke Alieno. Così mi sento. Quando da fuori mi guardo ridere, correre, parlare o ascoltare. Soffrire, scrivere, piangere o ballare. Spingere, annusare, fuggire o lottare. Prendere, lasciare, fottere o amare. Alieno al mondo che mi ospita insieme ad altri ostili coinquilini abito quest’uomo con contratto ad equo canone pagando la pigione con l’unica moneta in corso tra gli umani: l’indifferenza. Così mi sento davanti al mio corpo nudo alle specchio. Indifferente. dentro il mio corpo sotto la doccia. Indifferente davanti al suo biondo e insonne tra lenzuola color nostalgia. Alieno ora dentro il mio gonfio involucro che nel fiume galleggia livido alieno alle mie mani che carezzano mio figlio alieno a mio figlio e alle grigie pareti di questo ospedale alieno alla luce che non mi ricorda la pace ma sangue caldo e brace alieno alla notte che non mi ricorda il sonno e le stelle ma solo una barella d’acciaio in cui li visti distesi alieno mentre chiudo le palpebre e seduto a bordo del letto mi osservo osservare il soffitto mentre fingo di dormire Alieno al mio dita che indica una costellazione lontana che un giorno ancor più lontano ero solito chiamare casa. L'accesso al Modulo 21 è consentito previo superamento del Modulo 20. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Modulo 10 - PERSI | SMO Lab

    Modulo 10 PERSI L’amore è un fiammifero usato che galleggia in un pisciatoio. - Hart Crane “Crepa troia”, a cui ho curato ogni ferita, impastando con pazienza da orologiaio le tue lacrime di china alle mie carni lacere di poeta. Sparisci stronza, di cui ho cantato lo splendore di ognuna delle tue profondissime tenebre, esci dalla mia vista che solo te contemplava, ovunque anche a migliaia e migliaia di kilometri lontano da me. Esci dalla mia vita, che vita la mia sola eri divenuta. Crepa stronza, a cui ho contato uno ad uno i capelli corvini sparsi sul cuscino, tra gracchiare di corvi cinerini e poi mischiati e ricontati, per lustri prima, per decadi poi. Brucia strega e rendimi il cuore che ho messo nelle tue mani martoriate da arpista, in una notte di nebbia e gelo non lontano da Inverness. Vattene maledetta puttana, che hai rubato con un bacio il mio respiro, per rendermelo goccia a goccia dall’alambicco di ogni piccolissima parola sussurrata, nel blu di un tempo incantato, in un bar che ha spento le insegne e che più non riaprirà. Vattene stronza e non tornare mai più indietro, lasciami qui a naufragare sul guscio di noce dei nostri ricordi. Non cercarmi nelle nostre rotte. Per uscire dalla bonaccia del tuo nulla userò come vento il ricordo del tuo ultimo respiro sul viso, come remi le tue due ultime carezze e navigherò questo mare di cenere e sangue fino al prossimo amore. Ora trovalo tu un nuovo cazzo di nome a questi stracci imbevuti di benzina che siamo divenuti, trova tu un nome a quello che siamo stati o saremmo potuti essere: amici, amanti, ex, connessi. Cercalo tu un nome a questo lago di silenzio, a questi fiori cresciuti con la luce del buio, ora in marciscenza sotto il sole delle tue parole d’addio. Eri tutto e hai distrutto tutto, con la follia devastatrice di una dea bambina. Lasciami qui a ricucirmi il cuore e rappezzarmi l’anima. Dimenticami spesso mentre resterò a balbettare e ripetere le mille declinazioni delle quattro lettere del tuo fottuto nome, che si può pronunciare anche al contrario e sempre male fa sentirlo e pronunciarlo. A-N-N-A. L’accesso al Modulo 10 è consentito previo superamento del Modulo 9. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • COACHING | SMO Lab

    COACHING Potendo vantare una ricca e proficua esperienza sul campo, lo SMO offre servizi di actor coaching individuali o di gruppo ad attori, cantanti e performer in generale. Un Actor coach affianca e “allena” l’attore nella preparazione di provini o audizioni per l’ingresso in accademie o per la realizzazione di showreel o book fotografici (biglietti da visita indispensabili per chiunque voglia proporsi ad un’agenzia di consulenza cinematografica o rinnovare il proprio profilo professionale). L’actor coach è divenuto nel corso degli anni, in Italia nell’ultimo decennio, in America ormai da tempo, una figura cruciale e imprescindibile per supportare l’attore in ogni fase del suo lavoro. Partendo dall’analisi testuale e dal bagaglio di esperienze emotive e professionali dell’attore per il quale lavora, l’actor coach costruisce il personaggio e il miglior “acting” possibile, fornendo costantemente un ricco ventaglio di soluzioni tecniche per sciogliere i nodi che spesso insorgono nel processo creativo. L’actor coach guida e stimola l’attore nelle transizioni emotive con un mirato lavoro psico-fisico che renderà, alla fine dell’entusiasmante percorso, il suo lavoro solido, credibile e sopratutto ripetibile, puntando così alla standardizzazione performatica, miraggio spesso irraggiungibile se non ci si affida ad un sapiente sguardo esterno. Paradossalmente, le produzioni cinematografiche possono dedicare molto poco tempo alla preparazione degli attori e quindi diventa indispensabile che sia lui stesso a provvedere autonomamente e preventivamente agli ingaggi richiesti dalle scene così da farsi trovare pronto e velocizzare il lavoro del regista sul set. Durante le riprese l’actor coach può essere a disposizione dell’attore “in his corner” per coadiuvarlo nel delicato lavoro di gestione del personaggio e nei processi di “reacting”, in continuo mutamento, determinati dai rapporti con i partner di scena. Lo SMO fornisce inoltre consulenze su mise en espace, regie di spettacoli e un servizio di adattamenti e stesura testi. Contattaci per tue lezioni private o per richiedere un piano di intervento di coaching personalizzato! CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • GLAUCO | SMO Lab

    Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Glauco "La meglio gioventù" recensione di Matteo Giardini In teatro le didascalie non interessano nessuno, tranne agli interpreti. Per il poeta Gianni D’ Elia, quelle di E. L. Morselli sono ineguagliabili. Quando si è aperto il sipario su “Glauco”, dopo decenni che non veniva rappresentato, un gruppo di giovani seminudi e bellissimi ha cominciato ad urlare al vento: “Una secca scogliera bianca. Un gran mare nero che sospira leccandole i fianchi. Un cielo fitto di stelle che guarda ammiccando…”. Brividi sono corsi nel midollo spinale di un intero teatro gremito e seduto, catapultato in un decollo non meno audace del viaggio che è iscritto nel capolavoro di Morselli. Si trattava di recuperare un testo mitico che parla del mito di Glauco e di Scilla, consacrato da storiche rappresentazioni ma anche da un misterioso silenzio che gli grava addosso da quando lo Scrittore, facile a identificarsi con Glauco, gli affida nel 1919 la sua speranza di vivere oltre i 39 granelli di vita che ballano nella clessidra. Un testo testamento di un’intera generazione che accorre alla prima romana, per riconoscersi e solidarizzare al fallimento del messaggio epico: veramente gli eroi non esistono e l’unica forma di eroismo è il combattimento quotidiano. S’infila nella cultura italiana un’altra musica: la scontentezza. E la protesta giovanile, a cui abbiamo dato molte patenti e sviluppi, pochi saprebbero farla risalire all’armonica a bocca di Morselli, alla gioventù spezzata. Quando il regista Giampiero Mancini conduce i suoi attori dello Smo Lab nel master class morselliano, non gli può sfuggire la residenza abruzzese e questa alternativa a D’Annunzio. Di Atri è poi l’imperatore Adriano della Yourcenar: quella disillusione cosmica e maschile sulla presunta divinità. Le risorse di questo allestimento, fasciato nell’impatto acustico e visivo da concerto rock, sono tutte in funzione anti-eroica: la povertà materiale, i sogni e bisogni di una vita proletaria (più che pastorale), l’eros senza specchi o monumenti che è l’amore fisico, carnale. Se è “tragedia” è il dramma di vivere alla periferia dei poteri, l’unico spettacolo sono le albe e i tramonti negati agli occhi di chi suda, la sessualità è l’unica tregua, i corpi nudi l’unica giustizia dato il travestimento del danaro. La vicenda di Glauco aspirante dio che lascia Scilla al paese per tornarci ricco e immortale (salvo ritrovarla suicida e legarsi al cadavere di lei nel mare, da cui l’alternativo lamento fra Scilla e Cariddi), nella regia visionaria di Mancini perde ogni vocalizzo e rivela un Morselli impensabile. Quello che è già: un testo esistenziale. Pasoliniano. Le Sirene che tentano Glauco alla fuga e alla masturbazione non sono creature leggendarie ma presenze organiche: tornano e torneranno coi liquidi. Gli uomini ridotti in bestie da Circe sono i rispettabili mariti che a casa giurano fedeltà coniugale. La disputa fra Glauco e i compagni non avviene più con le asce dell’impero ma con gli zigomi sporchi di sangue. Il bacio che fa immortali, estorto da Glauco a Circe, è una mèta del turismo sessuale. E, indimenticabile, quando Glauco allibisce alla pazzia di Scilla di rubare l’indispensabile per farlo partire, la meravigliosa frase “… Io non sapevo che si potesse amare un sogno più di una persona viva…” è un amplesso in piena regola, sulla sabbia. Si dovrà dire di questo Glauco dai panni succinti che vive la scena con un transfert capace di sgretolarne la mole e restituirne l’esatta normalità. Tutto il cast ha precisioni feline, specie nelle scene corali. Svetta con un profilo a tutto tondo il ruolo di Forchis che agisce la parte dell’aguzzino-padre di Scilla con una mela rossa in mano, ed è un’altra nota squillante dello spettacolo. Quando la coppia Glauco/Scilla impercettibilmente cade in mare è come se tutta l’ingombrante divinità lasciasse il pianeta libero di respirare. Morte e rigenerazione sono a portata di mano. Arte è ciò che rimane, dopo i monumenti. “… Glauco, che t’è accaduto? Forse come a quel fanciullo che per prendere la luna cadde dall’albero? Credevi davvero che fosse così facile? Ah! Povero eroe che non hai temprata la tua pazienza come la tua spada! Meglio per te annegare nel vino di Chio il vano tuo sogno!…”. Non si contavano gli applausi, per il ritorno di un testo come una novità. La zattera dei sopravvissuti indicava l’unico mito: ricominciare dal silenzio. DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • BRIGANTI | SMO Lab

    Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Briganti “Briganti” è un crudo spaccato su quella che è stata a tutti gli effetti “la prima guerra civile italiana”. La guerra di resistenza di una nazione sovrana contro uno stato invasore che aveva come unico intento quello di accaparrarsi le casse del Regno delle Due Sicilie, floride e pingue, così da rinverdire le rachitiche finanze di uno stato indebitato e fallimentare come quello piemontese. L’aggressione, iniziata senza neanche una formale dichiarazione di guerra, era fortemente sostenuta da Francia, Inghilterra e massoneria. Il copione dell’opera è stato elaborato direttamente da documenti dell’epoca cercando di abbinare all’azione scenica, di alto impatto emotivo ed evocativo, una forte spinta all’informazione storica. Frutto al principio di una scrittura scenica collettiva nell’ambito del Progetto Smo Village 2003, con il contributo della casting Shyla Rubin e della sceneggiatrice Tiziana Masucci, nel corso del tempo è divenuto altro da sé. Un copione totalmente riscritto, integrando alle figure preesistenti della stesura originale (come Michelina De Cesare della quale si racconta il martirio) altri personaggi, fino a far divenire “Briganti” un racconto complesso su vari piani narrativi, con storie e vicende che collimano e si intersecano. Data la suggestione della messa in scena e la relativa novità delle tematiche trattate al tempo (oggi invece è reperibile una vastissima fonte di documenti e la realtà storica è emersa con forza) “Briganti” arrivò a sfiorare le 80 repliche. Ora è destinato solitamente ai primi anni del laboratorio di formazione. Teatro sociale e di parola ma non solo, il racconto di alcuni momenti significativi del periodo, con uno stile da “action movie”, ben si sposa con l’intento di far convergere alcuni degli emblematici personaggi della guerra di resistenza contro l’invasore Sabaudo a Scurcola. L’azione scenica e la memoria si snodano a ritroso, ricostruendo e immaginando tutto ciò che è avvenuto nei giorni antecedenti quello che è passato alla storia come “l’eccidio di Scurcola Marsicana” (di cui già dall’incipit conosciamo il drammatico finale). L’episodio, che è anche l’occhiello del testo, è raccontato anche da Pasquale Squitieri nel film “Li chiamarono… Briganti”. Davanti alla tristemente nota Chiesa delle Anime Sante a Scurcola Marsicana infatti, la notte tra il 22 e 23 gennaio 1861, avvenne uno dei tanti stermini compiuti dall’esercito piemontese, il cui “modus operandi” con “il diritto di rappresaglia” consisteva nella strage sistematica della popolazione civile, rea di coprire, foraggiare e combattere al fianco del regolare esercito borbonico o al fianco dei Briganti. Per capire gli eventi sarà però necessario rammentare che anche nei territori marsicani, in quegli anni, avevano luogo aspri scontri tra filo-borbonici e filo-piemontesi (il meridione d’Italia era governato da Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie). Il 13 gennaio del 1861 a Tagliacozzo, si assiste all’ ennesimo violento scontro durante il quale i piemontesi sono messi in fuga e costretti a ripiegare fino ad Avezzano. La mattina del 23 gennaio 1861 il maggiore Delitala, giunto a Scurcola da Avezzano, come costume delle tristemente note “colonne infami” piemontesi dei criminali di guerra Pinelli e Quintili, esercita l’autoproclamato diritto di rappresaglia. I borbonici fatti prigionieri sono 366 e vengono rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante. E’ in questo momento che prende il via il terribile eccidio: borbonici o contadini e canonici e “quanti indiscriminatamente vi trovassero per le strade” vengono portati fuori uno alla volta e giustiziati. Tra le vittime una menzione particolare andrebbe al valoroso medico Giovanni Maúti di Luco dei Marsi, che meriterebbe un racconto a sé, avendo affrontato il plotone di esecuzione pur di non tradire i suoi compatrioti: avrebbe avuto salva la vita se lo avesse fatto. Il Maggiore Delitala, come da direttive del Generale Quintili, fece fucilare 89 persone nell’arco della maledetta notte e le fucilazioni sarebbero continuate se a mezzogiorno non fosse pervenuto un ordine da Avezzano col quale si “consigliava” al Maggiore Delitala di sospendere le fucilazioni. Oltre agli 89 trucidati si sono perse le tracce anche degli altri 277 (come detto furono 366 le persone recluse nella chiesa delle Anime Sante), si dice che furono condotti ad Avezzano per poter essere processati in seguito all’Aquila, ma non arrivarono mai a destinazione. Domenico Lugini racconta, con grottesco sentimento filopiemontese, che del trasferimento se ne fecero carico le “patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de’ Marsi”. E se mai vi fossero ancora dubbi, queste parole equivalgono alla certezza che i quasi 300 sventurati non arrivarono mai a destinazione, poichè era costume delle guardie nazionali risolvere sbrigativamente il “problema” prigionieri. Ad oggi, tra l’altro, non è ancora chiaro che fine abbiano fatto i cadaveri dei giustiziati. Si può presumere che una parte di essi sia stata sepolta ai piedi del Monte San Nicola, quello che sovrasta l’antico borgo di Scurcola, o siano stati bruciati o inumati in un’immensa fossa comune. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il tristemente noto comandante Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria questo terrificante dispaccio: “Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotale vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell‘Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava e da quelle ceneri sorgerà piú rigogliosa e forte la libertà!”. Il 40° fanteria piemontese dei criminali Pinelli e Quintili lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in eguali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo e in altre decine e decine di piccole località, letteralmente cancellate dalla cartina geografica. Le “prodezze” della colonna infame furono premiate con l’assegnazione di 2 medaglie d’oro agli “eroici” Pinelli e Quintili, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alle “gloriose” truppe. Il Generale Pinelli è noto anche per un episodio successivo alla conquista del Regno delle Due Sicilie da parte di Garibaldi, che definì le operazioni piemontesi nel sud “cose da cloaca”. Comandante militare delle province parmensi, nell’ottobre 1860 venne messo alla testa delle forze italiane assedianti la cittadella di Civitella del Tronto, ancora in mano a una guarnigione dell’esercito delle Due Sicilie al comando del Maggiore Luigi Ascione. Nonostante la superiorità delle forze, le truppe comandate da Pinelli non riuscivano ad aver ragione degli assedianti. Pinelli adottò pertanto misure durissime contro la stessa popolazione civile e il 28 ottobre 1860, di fronte alla resistenza di Civitella del Tronto e alle insurrezioni di Caramanico, Avezzano, Sora, Carsoli, Pizzoli, decise la linea dura. Invase Pizzoli il 28 ottobre 1860, saccheggiò la città, la incendiò e fece strage di quanti tentarono di sottrarsi alle fiamme (nella sola mattinata uccise 136 innocenti, la maggior parte dei quali impiccati per risparmiare la polvere da sparo). La sera per dormire requisì la villetta del farmacista Alessandro Cicchitelli e frugando nei cassetti trovò i ritratti di Francesco II e di Maria Sofia. La mattina ordinò la fucilazione del farmacista davanti alla moglie implorante. Tutt’oggi non c’è una stima effettiva del numero dei civili massacrati dai carnefici di cui al contrario esiste un’infame e lunghissima lista. Questi feroci assassini sono stati infatti premiati con medaglie al valore e sono ricordati con strade intitolate a loro nome. Per oltre dieci anni i “liberatori” continuarono su questa gloriosa via: tra fucilazioni di massa, stragi e leggi speciali fino ad arrivare al genocidio che mai mente criminale avrebbe potuto concepire, l’eccidio delle 5000 anime a Pontelandolfo. Il 14 agosto del 1861, all’alba dell’Unità d’Italia, va in scena probabilmente la più nota delle stragi compiute dall’esercito Sabaudo, ai danni degli abitanti di due paesi, Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. Alle prime ore di quel maledetto giorno si scrive una delle pagine più nere del Risorgimento, puntualmente ignorata dalla storiografia ufficiale e dai testi scolastici. I protagonisti sono i “liberatori” piemontesi, con in testa l’infame Generale Enrico Cialdini. Dopo l’uccisione di alcuni soldati del regio esercito per mano dei briganti, su ordine di Cialdini, viene ordinata, come da costume piemontese, un’operazione di rappresaglia contro la popolazione civile. Sotto il comando del colonnello Pier Eleonoro Negri, una colonna di 500 bersaglieri viene inviata con la disposizione di massacrare tutti gli abitanti, ritenuti complici dei briganti, e di radere al suolo, per vendetta, i due paesi, che alle prime luci del 14 agosto i soldati raggiungono, sorprendendo gli abitanti nel sonno. I militari piemontesi assaltano così le chiese e le case: saccheggi, torture, incendi e stupri. Quella mattina accade di tutto. Le cronache dell’epoca raccontano che i militari davano fuoco alle abitazioni lasciando dentro gli abitanti mentre i bersaglieri attendevano l’uscita dei civili dalle proprie abitazioni in fiamme per sparargli addosso. Chi riesce salvarsi dalle fiamme e dal tiro a bersaglio viene catturato e poi fucilato. Per le donne c’era il solito trattamento a parte: cattura, stupro, sevizia e uccisione. Concettina Biondi, una ragazzina appena sedicenne, viene violentata a turno. Ecco la raccapricciante testimonianza dal diario del bersagliere Carlo Margolfo, uno dei 500 “gloriosi” bersaglieri protagonista della strage: “Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel Comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4500 abitanti. Quale desolazione non si poteva stare d’intorno per il gran calore e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case”. L’ordine è perentorio: radere al suolo i due paesi, non far rimanere in piedi neanche una sola pietra. Come già ricordato, vengono prese d’assalto le chiese e le case e, al grido di “piastra, piastra”, vengono saccheggiate per poi essere incediate. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, Cialdini era solito raccomandare di “non usare misericordia ad alcuno, uccidere senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”. Ed è esattamente quello che avvenne ad opera di questo criminale di guerra, a Pontelandolfo e Casalduni, al quale nel nostro Paese sono dedicate numerose vie e piazze che sarebbe ora per decenza di cancellare! Al termine dell’azione il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Nel 1920 Antonio Gramsci, su “Ordine Nuovo”, a proposito di questi genocidi e di queste vere e proprie pulizie etniche perpetrate dei “civilizzatori e liberatori” italo-piemontesi a danno delle popolazioni meridionali, così scrive: “Lo Stato italiano si è caratterizzato come una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Si può senz’altro dire che la ferocia, per “diritto di rappresaglia”, dagli italo-piemontesi fu senza dubbio superiore a quella dimostrata, sempre per “diritto di rappresaglia”, dai nazisti nell’agosto del 1944 a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, dove gli abitanti furono anch’essi fucilati ma senza saccheggi e stupri e le case dei due paesi non furono bruciate, al contrario di quelle di Pontelandolfo e Casalduni di cui i piemontesi ne lasciarono intatte solamente tre. Eppure i nostri libri di storia e le enciclopedie non fanno altro che ricordare, perché giustamente non se ne perda la memoria, le vittime dei nazisti dell’agosto del 1944. Sarebbe doveroso ritrovare anche la memoria degli eccidi e delle operazioni di pulizia etnica di cui furono vittime le popolazioni meridionali ad opera di altri italiani, che si spacciarono per “liberatori e civilizzatori”. Assassini le cui gesta criminali vengono ancora oggi puntualmente ignorate dalla storiografia ufficiale e scolastica. Le passate celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sarebbero state una buona occasione per ricordare e ritrovare una memoria condivisa. Le parole di Giuliano Amato, presidente del comitato dei garanti, che riportiamo di seguito, sono state solo scuse tardive e grottesche, che confermano che questi fatti non sono mai stati riportati nei libri di storia. Amato ha dichiarato agli abitanti di Pontelandolfo: “A nome del presidente della Repubblica Italiana vi chiedo scusa per quanto qui è successo e che è stato relegato ai margini dei libri di scuola”. Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni di alcune delle imprese dei nostri prodi liberatori. Diceva Leonardo Sciascia: “Questo è un Paese senza memoria e io non voglio dimenticare”. E neanche noi vogliamo dimenticare Scurcola, Pontelandolfo, i paesi scomparsi e mai ricostruiti e i milioni di connazionali costretti ad emigrare davanti alle macerie di una nazione depredata. Non vogliamo dimenticare le migliaia di meridionali ex soldati dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, i Briganti-combattenti, i renitenti alla leva, gli oppositori politici e tutti i conterranei squagliati nella calce nei campi di concentramento e sterminio di Fenestrelle e San Maurizio Canavese. I piemontesi furono maestri in tutto dei nazisti, anche del triste motto ancora inciso nel lager di Fenestrelle “ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce” che diverrà ad Auschwitz “Arbet macht frei” – “Il lavoro rende liberi”. Gli orrori del primo campo di concentramento europeo sono stati raccontati con terrificante lucidità anche dal giornale piemontese L’Armonia (“La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi, cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e, se qualcuno parla, è legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed si fecero morire in questa barbarie” ) o in maniera più poetica dal pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del 1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già rigurgitava prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli: “Laceri, ignudi e poco nutriti, appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più né vivi, né morti. E’ una barbarie signori”. Per concludere non vogliamo dimenticare quello che il sud era prima della depredazione, ricordando quanto inciso su una roccia calcarea sulla “Tavola dei Briganti” nella Majella: “Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia. Prima era il regno dei fiori, ora è il regno della miseria.” DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • CHI SIAMO | SMO Lab

    IL TUO POSTO NEL MONDO Lo SMO Lab (Spazi Mentali Occupati) nasce nel 2002 per volontà dell’attore, regista e actor coach Giampiero Mancini, con l’intento di creare uno spazio che, oltre a garantire una formazione attoriale di altissimo profilo, offrisse occasioni concrete di visibilità e di impiego, colmando il vuoto che spesso separa il mondo della formazione dal mondo del lavoro. I nostri attori infatti hanno modo di frequentare mensilmente e direttamente in sede workshop con le migliori agenzie cinematografiche e i più richiesti casting director. Grazie alla solidità dei programmi, la qualità degli attori formati e le possibilità di “scouting”, lo SMO rappresenta un centro di formazione professionale tra i più accreditati nel panorama nazionale. Alzando continuamente l’asticella e quindi la naturale selezione, il nostro vivaio sforna annualmente attori immediatamente impiegabili sui set. Questo grazie alla scelta rigorosa scelta di affiancare al percorso di base un corso specifico di recitazione cinematografica, indispensabile per apprendere regole e dinamiche del set, per analizzare le diverse tecniche e comprendere a fondo contiguità e differenze tra la recitazione “teatrale” e quella “naturale” che la telecamera richiede. I nostri laboratori, con classi a numero chiuso, accolgono e soddisfano le diverse esigenze di bambini, ragazzi e adulti con il comune denominatore di un sistema di insegnamento unico ma adattato alle diverse fasce di età. Entrare in una delle nostre classi di recitazione vuol dire quindi intraprendere un corso professionale ma non solo. Coloro che non sono interessati al “mestiere dell’attore” riescono ad acquisire, da un percorso così arduo e stimolante, sicurezza emotiva e vocale, una centratura caratteriale data dalla ricollocazione delle proprie geometrie interiori e una conoscenza più profonda di sè. Frequentare la palestra emotiva dello SMO significa superare limiti fisici ed emozionali, riscoprire un mondo sensoriale sepolto e riappropriarsi di indispensabili mezzi espressivi ed emotivi per compiersi come individui e tentare davvero di diventare ciò che si è! Giampiero Mancini TRAINER E DIRETTORE ARTISTICO Giampiero Mancini a soli 19 anni viene definito dalla critica “uno dei talenti più cristallini del teatro italiano” si fa conoscere dal grande pubblico con il monologo “Il Grigio” di G. Gaber. A questo primo monologo ne seguiranno altri due: “Spettacolo Continuato” e “Gli Incubi del Signor Duhamel” che scrive dirige ed interpreta. La sua poliedricità lo ha sempre condotto a cimentarsi in cose diametralmente distanti tra loro; dalla televisione (Mentre ero Via, Angeli, I segreti di Borgo Larici, Caruso-La Voce dell’Amore, Sarò sempre tuo padre, Il commissario Schiavone, L’Allieva, Squadra Antimafia, Zio Gianni, Come un Delfino, La Narcotici, Benvenuti a Tavola, Ris, Distretto di Polizia, I Delitti del Cuoco, Rex, La Squadra, 7 Vite, Don Matteo…) al cinema (Hard Night Falling, La prima volta di mia figlia…) dalla conduzione di programmi; per SKY (“Bollicine sotto torchio” e “Piatto ricco”) alle pubblicità (con Francesco Totti e la Roma per la Volkswagen e per la guida del Gambero Rosso) dai “voice off” (“La storia siamo noi” di G. Minoli) agli speakeraggi per D-Max e Cartoonito, dai radiodrammi (G. Bompart in “La storia in giallo” Radiotre) alle reading di Pasolini, Bukowsky e D’Annunzio fino all’ultima fortunatissima Lectura Dantis (con la quale ha debuttato a Salisburgo). Protagonista della pièce teatrale di successo “Separati” di Alessandro Capone, e coprotagonista, sempre a teatro, con Massimo Ghini in “Operazione san Gennaro – La leggenda”, è stato l’Aligi de “La figlia di Iorio” e il “Glauco” della tragedia, autore di canzoni con gli Enuma Elish e interprete di cortometraggi, spettacoli, musical e recital – concerto. Con “Tuo Hank” prima e “Maree” e “Far finta di essere Gaber” poi, il legame con la musica diventa imprescindibile. Accompagnato dalle orchestre Mancini trova la sua dimensione ideale, collaborando stabilmente con le più importanti Istituzioni Sinfoniche nazionali ed internazionali come attore in scena, regista e responsabile della drammaturgia. “Strappami la Vita” – viaggio nel mondo del Tango da Gardel a Piazzola, sei diversi allestimenti della “Histoire du soldat”, “Il demone e la fanciulla”, “Vissi d’arte vissi per Maria – Il Maggiordomo della Callas”, “Pierino e il lupo”, “Il Bue sul tetto”, “Il Carnevale degli animali”, “Io Mozart”, “Carmen”, “Vi assicuro che zio Ludwig…”, ”Ero uno dei mille” fino a “Mozart e Rodari” scritto e interpretato per e con l’orchestra di Sanremo. Con gli spettacoli di Lione, Parigi e Ferminy porta per la prima volta Gaber fuori dai confini nazionali. Lavora inoltre come actor coach per attori e cantanti, tra i quali Andrea Bocelli. Dal 2003 è Direttore Artistico e trainer del laboratorio di Formazione attoriale S.M.O. Lab di Pescara e Actor Coach presso l’I.C.A. di Milano. Attualmente è impegnato sui set di “Fosca Innocenti” (per la terza volta con Vanessa Incotnrada dopo “Angeli” e “Il grande Caruso”), “Guida Astrologica per cuori infranti” per Netflix e guest star per la stagione 2021 di “Un posto al sole”. DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Public Speaking | SMO Lab

    Corso di public speaking Il corso di public speaking è destinato non solo a coloro che hanno necessità di migliorare il proprio modo di parlare in pubblico per la propria professione (giornalisti, manager, insegnanti, relatori, avvocati…) ma anche a tutti coloro che hanno interesse nello scoprire i segreti della comunicazione verbale, non verbale e paraverbale. Conoscere gli argomenti non significa in alcun modo saperne parlare o addirittura saperli insegnare. L’arte della retorica e la comunicazione efficace, devono poggiarsi solidamente su una struttura tripode basata su tre elementi cruciali: il lavoro sulla voce, il lavoro sul corpoe per finire il lavoro sul carattere. A differenza di quanto si pensi, il corso di public speaking non ha nulla a che vedere con corsi motivazionali, improntati principalmente su tecniche di vendita e marketing. Il public speaking ha bisogno di essere supportato da elementi meramente attoriali che non contemplano il mental coaching. Durante il corso si affronteranno argomenti come la dizione (per curare la parola e l’articolazione dei suoni), la ritmica (per dare una struttura al proprio modo di parlare), e l’educazione del corpo (per avere una gestualità consapevole ed efficace). La prima grande difficoltà è l’eliminare l’ansia da prestazione che inficia ogni performance. Siamo animali sociali e come tali sentiamo la necessità di essere accettati cercando l’approvazione dei nostri simili. Parlare in pubblico ci espone e ci fa sentire vulnerabili. In questo processo entrano quindi in gioco l’amigdala e l’ipotalamo. L’amigdala gestisce l’eccitazione, influenza i processi decisionali ed elabora stati emozionali come la paura, la rabbia, la felicità, la tristezza e l’aggressività. L’ipotalamo invece regola le funzioni del corpo, proteggendoci da millenni e, seppur “educato” alla nostra vita attuale, non discerne tra minacce reali (la vicinanza di un predatore) o presunte (parlare davanti ad un pubblico). Quando avverte quello che per noi è un pericolo fa entrare il corpo in modalità “fight or flight” – “combatti o fuggi”. Questa preparazione, alla lotta o alla fuga, implica il rilascio di adrenalina: il battito cardiaco e la pressione sanguigna aumentano notevolmente, la digestione si interrompe bruscamente, l’ossigeno viene convogliato nei muscoli e il sangue devia verso gli organi vitali, tralasciando le funzioni periferiche, da qui la secchezza della bocca, l’eccessiva sudorazione anche delle mani e paradossalmente anche la memoria, ritenuta in questa circostanza non determinante, non viene alimentata. In caso di ansia il nostro discorso, imparato con un notevole sforzo mnemonico, svanisce come per incanto. Quindi la prima cosa sulla quale intervenire è l’ansia da prestazione, letteralmente impedendo ai nostri istinti ancestrali di avvertire come un pericolo l’esposizione davanti ad un pubblico (condizione assolutamente prioritaria nel mestiere dell’attore). Si procede quindi blindando il gruppo di lavoro, poiché basta un solo ingresso in corsa per mutare l’intera energia di una classe. Gradualmente il gruppo riconosce se stesso, i singoli partecipanti imparano a fidarsi e ad affidarsi. Si crea così un ambiente di lavoro sereno e familiare che permetterà di cominciare ad esporsi individualmente, accrescendo in ognuno la self-confidence e aiutando a mettere da parte la paura e la timidezza. Questa è la fase più delicata dell’intero laboratorio, nel quale si utilizzano le tecniche di “esposizione controllata”, “stimolo alla risposta” e “spostamento del centro dell’attenzione”. Mentre ci si espone individualmente si hanno sempre più mezzi tecnici per farlo, spostando l’attenzione e abbassando notevolmente l’ansia performatica, apprendendo quindi come concentrarsi esclusivamente su quelli che sono i compiti e imparando così a fare letteralmente “il vuoto intorno”. Successivamente si fortificano quelli che vengono definiti “gli aiuti interni”, lavorando su ciò che dipende esclusivamente da noi: prepararsi al meglio per la performance (in questo caso specifico uno speaking), apprendere le basi di una corretta respirazione diaframmatica, curare la dizione, provare e rivedersi per sviluppare un “occhio esterno” critico e, soprattutto, padroneggiare alla perfezione le tecniche che riguardano i “disegni” ritmici del parlato. Poiché si possono dire cose interessantissime ma se lo si fa in maniera “aritmica” i nostri interlocutori non riusciranno a seguirci e la comunicazione non sarà in alcun mondo efficace. Il corso è a cadenza unisettimanale in fascia preserale. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Modulo 5 - SOSTA | SMO Lab

    Modulo 5 SOSTA Da quel momento — a questo… potrebbero essere anni nel modo in cui loro misurano, ma nella mia mente è solo una frase — Ci sono così tanti giorni in cui la vita si ferma, accosta e si siede e aspetta come un treno sui binari. - Charles Bukowski Fermo. Taccio. Ascolto. Respiro lungamente e ricordo. Si. Io me li ricordo i capelli tuoi che sciolti e raccolti davano luce ed ombra al nostro piccolo e proibito mondo. Ricordo. Si. Io li ricordo castani, come il campo di grano in fiamme vicino Mont Saint Jean, come il moschetto che stringevo forte tra dita callose e tremanti dove ho inciso il nome tuo. Ricordo che attendevamo le cariche di cavalleria dell’Armée du Nord. Ricordo che anche allora, in ogni istante di quella sosta, tra un frastuono e l’altro ancora più forte, sognavo in una locanda lercia di farti di nuovo mia. Con le mani mie da orco sul corpo tuo di fata, sotto stelle in fiamme sopra Waterloo. Si. Io me lo ricordo, l’odore acre di ammutinamento e di bile sul cassero. Ricordo il sangue in bocca per lo scorbuto e carne di montone essiccata da mandare giù a fatica. Ricordo ogni venaturadell’albero di maestra della Eendracht dove ho inciso le tue iniziali. Ricordo il giro di chiglia per averlo fatto. Ricordo ogni tempesta mentre doppiavamo capo Horn con quel demone di Schouten. Ricordo. Sì. Ricordo il bompresso in frantumi. Ricordo onde alte come palazzi che schiumavano ruggendo a tribordo e tra una e l’altra ricordo, in quella sosta, di aver fissato sulla maestra le tue iniziali graffiate. Aggrappato alle gomene, aggrappato a quelle lettere, ricordo che mi hai tenuto in vita. Perché volevo vivere e tornare. Per tornare a vederti danzare sul mio petto con piedi di bimba. Tornare per viverti ancora. Fermo. Taccio. Ascolto. Respiro lungamente e ricordo. Ricordo il carcere e il rumore dei manganelli sulle sbarre. Ricordo le risse e le docce, ricordo le ispezioni umilianti e le morti. In ogni sosta di quel forte rumore di nulla, nell’ora d’aria, ricordo di aver sognato la fuga. Dall’infermeria alle cucine, dalle cucine alla lavanderia, dalla lavanderia alla strada e dalla strada a te. Ricordo che il sogno finiva con le guardie che riportavano me nella mia 2×2. Ricordo il ronzio che annunciava lo spegnimento delle luci e un’altra notte per ricordarti. Ricordo che ogni giorno attendevo la notte per poter chiudere finalmente le palpebre, dove all’interno ho tatuato il viso tuo, per non scordarlo mai. L’accesso al Modulo 5 è consentito previo superamento del Modulo 4. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Modulo 0 | SMO Lab

    Modulo 0 Modulo . Come il Lem o il Lender che si poggia incerto per la prima volta su un pianeta sconosciuto. Un pianeta che scoprirete essere voi. 0 . Come il termine ultimo del conto alla rovescia che fin qui vi ha portato. Che richiama per assonanza il “vuoto” in arabo, o l’indiana rappresentazione dell’universo prima della sua trasformazione nel mondo delle apparenze e quindi il nulla, la non esistenza, il vuoto. Il nostro vuoto. Vuoto a perdita d’occhio, fino a dove il vuoto stesso si perde e nulla trova se non vuoto pieno di nulla. Meglio chiamato “Zefiro”. Come il vento che soffia sulle mura di Jericho, inutilmente erette a difesa di mostri, che di cenere di sogni e carni lacere di attori si nutrono. Il Modulo 0 è quello che c’è prima di ogni respiro, prima della prima sillaba balbettata, prima del primo verbo recitato, prima di tutto, prima di voi e prima di noi. È il primo vagito. Il primo atto di un attore. È ciò che viene prima dei presagi, prima delle incantagioni, prima delle tentazioni della menzogna, prima delle lusinghe della finzione, prima del veleno della vanità. Il Modulo 0 vi dirà chi siete, come vi vedete e come il mondo terzo vi percepisce. Il Modulo 0 vi porterà all’epifania del vostro vero ruolo nella storia, alla scoperta del vostro posto nel mondo, insegnandovi le strategie per abitarlo e indossarlo. Il Modulo 0 è la scoperta dell’altro, dello sconosciuto che ogni giorno ci giudica da ogni specchio, di quell’estraneo a noi tanto familiare, che custodiamo nel mistico labirinto di vene, fibre, ossa e tendini che risponde al nostro fragile nome. Che è il nome di un pianeta sconosciuto che ospita grazie al Modulo 0 i nostri primi tremuli passi. Questo e troppo altro è il Modulo 0 e alla fine del Modulo 0 cominciate voi! CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • DRACULA | SMO Lab

    Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Dracula Questa versione teatrale di “Dracula”, tratta dall’ omonima opera di Bram Stoker, si inserisce nel genere in modo del tutto nuovo. Procede per quadri e per flash scenici, è teatrale ma rende omaggio alla più alta tradizione cinematografica. Dà nuove intenzioni e caratteri ai personaggi creati da Stoker, a tratti aderendo al romanzo ma al contempo rivedendo da nuove prospettive le personalità dei protagonisti, il tutto senza dimenticare le origini del mito: il Principe Vlad Tepesh l’Impalatore. Durante la visione si rimane francamente abbacinati dalla potenza della messa in scena e dall’equilibrio miracoloso che pone insieme frammenti ed echi di atmosfere che vanno da Polidori ed Herzog a James V. Hart e Fred Saberhagen. Fra le pieghe oscure del testo si possono infatti cogliere innumerevoli citazioni e rimandi, il cui compito è quello di imbrigliare gli spettatori in un’oscura ragnatela che si dipana dalle mondane atmosfere dei salotti della Londra Vittoriana e dei loro motteggi alle oscure terre Transilvane, dove tradizioni e leggende si fondono per dar vita alla più inquietante delle realtà. Il vero protagonista dell’opera è l’amore, oscuro, struggente e disperato, che attraversa gli oceani del tempo e sconfigge le tenebre della morte, abbracciando così la silente lettura metempsicotica della reincarnazione di Mina piuttosto che la sua predazione per vendetta, come la messa in scena ortodossa del romanzo imporrebbe. E’ teatro scenico ed iperbolico, teatro che chiede di trattenere il fiato, teatro che coinvolge in una sorta di afasia storica e drammatica e che una volta tornati con l’ossigeno in circolazione ci costringe a ripensare alla realtà percepita e agli imposti limiti che noi stessi le diamo. DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Modulo 20 - INFERNI | SMO Lab

    Modulo 20 INFERNI In cielo c’erano ancora angeli selvaggi che portavano le armi.” - San Paolo, lettere ai Romani (8.38) Chi scende? Chi sale? Questa Kafkiana burocrazia teologica non mi interessa. Io qui resto. Punito per l’imperdonabile peccato di conoscere anziché credere. Colpevole poi di non volerci vivere in questa terra di mezzo, popolata da mezzosangue e altre effimere creature di passaggio. Avevo letto sui libri di filosofia che “la porta era sempre aperta” ma mai che una volta usciti ti toccano le fiamme e altre amenità per tutta l’eternità. C’ e’ chi la fede la perde perché il cielo mostra loro troppo poco, altri perché il cielo mostra loro troppo. Io sono tra gli “altri” perché fin da piccolo già li vedevo i demoni alati ai piedi del letto il che mi rendevano cieco alla paura delle fiamme dell’inferno, mi tappavo le orecchie ma le sentivo le trombe degli angeli in biblioteca che mi rendevano sordo al coro dei serafini nell’ empireo. Mi avevano detto che era un dono ma si erano attentamente dimenticati di dirmi che un volta veduti anche per un solo battito di ciglia loro, angeli e demoni avrebbero a loro volta visto me. E per sempre. Così ho scelto la via d’uscita più facile. D’altronde mi avevano detto i libri che la porta era sempre aperta… Una vasca da bagno e un rasoio. Ma la morte non mi ha voluto. “Ordini superiori” ha detto quella puttana lucidando la falce. Così Paradiso e Inferno mi hanno chiuso i cancelli in faccia perché servivo ai cieli per tenere a bada i caduti e agli altri per tenere d’occhio gli angeli più zelanti. Del resto io li vedevo. Lo chiamano “equilibrio”. Io la chiamavo fottuta ipocrisia. Qui sulla terra possono solo soffiare alle orecchie delle scimmie ammaestrate ma nulla di più. Quindi mi ritrovo bloccato in eterno a fare da arbitro al libero arbitrio. Chi sgarra se la vede con me. Con me che ho veduto la prima guerra e il candido cielo della creazione tingersi di sangue di Nephilim; Io l’ ho veduto lo sterminio delle legioni celesti, le ali immerse nel sangue, le orbite cavate ai ribelli impalati prima e bruciati poi. Io ho visto la deportazione nelle fiamme degli angeli banditi, li ho visti cadere nello zolfo insieme alla Stella del mattino e dar vita all’inferno. E da allora cammino da solo tra angeli, demoni, caduti e mezzi sangue. Cammino solo in questo abisso di dannati. Aspettando di morire per passare l’eternità in un carcere di fiamme dove metà dei detenuti ce li ho mandati io. Solo tra scimmie senza coscienza. Solo sempre dannatamente solo. Del resto chi mai vorrebbe camminare con me? L’accesso al Modulo 20 è consentito previo superamento del Modulo 19. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

  • Modulo 2 - SOLI | SMO Lab

    Modulo 2 SOLI No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli. - Joseph Conrad Solo. Come chi resta quando tutti sono andati via. Solo, come si sta quando si è tra mille occhi e non con l’unica voce che in quelle mille voci meno solo ti farebbe sentire. Solo, come si rimane davanti alla scelta tra ciò che è giusto e ciò che facile. Soli, a terra dopo l’urto, a respirare solo polvere di stelle, esplose sopra di noi in cascata. In soli ci sono capriole di luci assonnate e sguardi d’ombra nella luce ambra. In soli c’è del vino rubino, come il sangue versato e come ciò che è proibito, cremisi, come le sue labbra che da sempre sono roba tua. Soli è un calice ricolmo di colpe da condividere, di incensi al cinnamomo tra fumi di ricordi e ricordi di occasioni in fumo, di lampi di baci perduti e fotografie mai ritrovate. Ci sono promesse da mantenere e parole da consacrare, anelli da nascondere. Ci sono profumi di cose che forse e odori acri di cose che ormai. In soli ci sono persone rotte, ci sono i non amati, c’è il coraggio della paura di essere “due”, c’è un luogo e un altro ancora, c’è una strada e mani che si sfiorano, c’è un bar e lacrime che si mischiano al latte di quel the, c’è una panchina e un oceano di solitudine tra la rugiada del parco che la ospita, c’è musica assordante e luci di una festa, e quello che ne resta: una testa mozzata in un paniere. C’è una partita e un hot dog, un cinema e popcorn. Complicità inopportuna, luoghi assolati pieni di niente, c’è un letto sfatto e il sogno di dormirci abbracciati, c’è una pistola e una grata disegnata a terra dalla sbarre. Ci sono ovunque graffi sull’anima. Ci siamo noi. Davvero solo noi. L’accesso al Modulo 2 è consentito previo superamento del Modulo 1. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!

DIVENTA CIÒ CHE SEI!
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