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- CHI SIAMO | SMO Lab
Spazi Mentali Occupati IL TUO POSTO NEL MONDO Lo SMO Lab (Spazi Mentali Occupati) nasce nel 2002 per volontà dell’attore, regista e actor coach Giampiero Mancini, con l’intento di creare uno spazio che, oltre a garantire una formazione attoriale di altissimo profilo, offrisse occasioni concrete di visibilità e di impiego, colmando il vuoto che spesso separa il mondo della formazione dal mondo del lavoro. I nostri attori infatti hanno modo di frequentare mensilmente e direttamente in sede workshop con le migliori agenzie cinematografiche e i più richiesti casting director. Grazie alla solidità dei programmi, la qualità degli attori formati e le possibilità di “scouting”, lo SMO rappresenta un centro di formazione professionale tra i più accreditati nel panorama nazionale. Alzando continuamente l’asticella e quindi la naturale selezione, il nostro vivaio sforna annualmente attori immediatamente impiegabili sui set. Questo grazie alla scelta rigorosa scelta di affiancare al percorso di base un corso specifico di recitazione cinematografica, indispensabile per apprendere regole e dinamiche del set, per analizzare le diverse tecniche e comprendere a fondo contiguità e differenze tra la recitazione “teatrale” e quella “naturale” che la telecamera richiede. I nostri laboratori, con classi a numero chiuso, accolgono e soddisfano le diverse esigenze di bambini, ragazzi e adulti con il comune denominatore di un sistema di insegnamento unico ma adattato alle diverse fasce di età. Entrare in una delle nostre classi di recitazione vuol dire quindi intraprendere un corso professionale ma non solo. Coloro che non sono interessati al “mestiere dell’attore” riescono ad acquisire, da un percorso così arduo e stimolante, sicurezza emotiva e vocale, una centratura caratteriale data dalla ricollocazione delle proprie geometrie interiori e una conoscenza più profonda di sè. Frequentare la palestra emotiva dello SMO significa superare limiti fisici ed emozionali, riscoprire un mondo sensoriale sepolto e riappropriarsi di indispensabili mezzi espressivi ed emotivi per compiersi come individui e tentare davvero di diventare ciò che si è! Giampiero Mancini TRAINER E DIRETTORE ARTISTICO Giampiero Mancini a soli 19 anni viene definito dalla critica “uno dei talenti più cristallini del teatro italiano” si fa conoscere dal grande pubblico con il monologo “Il Grigio” di G. Gaber. A questo primo monologo ne seguiranno altri due: “Spettacolo Continuato” e “Gli Incubi del Signor Duhamel” che scrive dirige ed interpreta. La sua poliedricità lo ha sempre condotto a cimentarsi in cose diametralmente distanti tra loro; dalla televisione (Mentre ero Via, Angeli, I segreti di Borgo Larici, Caruso-La Voce dell’Amore, Sarò sempre tuo padre, Il commissario Schiavone, L’Allieva, Squadra Antimafia, Zio Gianni, Come un Delfino, La Narcotici, Benvenuti a Tavola, Ris, Distretto di Polizia, I Delitti del Cuoco, Rex, La Squadra, 7 Vite, Don Matteo…) al cinema (Hard Night Falling, La prima volta di mia figlia…) dalla conduzione di programmi; per SKY (“Bollicine sotto torchio” e “Piatto ricco”) alle pubblicità (con Francesco Totti e la Roma per la Volkswagen e per la guida del Gambero Rosso) dai “voice off” (“La storia siamo noi” di G. Minoli) agli speakeraggi per D-Max e Cartoonito, dai radiodrammi (G. Bompart in “La storia in giallo” Radiotre) alle reading di Pasolini, Bukowsky e D’Annunzio fino all’ultima fortunatissima Lectura Dantis (con la quale ha debuttato a Salisburgo). Protagonista della pièce teatrale di successo “Separati” di Alessandro Capone, e coprotagonista, sempre a teatro, con Massimo Ghini in “Operazione san Gennaro – La leggenda”, è stato l’Aligi de “La figlia di Iorio” e il “Glauco” della tragedia, autore di canzoni con gli Enuma Elish e interprete di cortometraggi, spettacoli, musical e recital – concerto. Con “Tuo Hank” prima e “Maree” e “Far finta di essere Gaber” poi, il legame con la musica diventa imprescindibile. Accompagnato dalle orchestre Mancini trova la sua dimensione ideale, collaborando stabilmente con le più importanti Istituzioni Sinfoniche nazionali ed internazionali come attore in scena, regista e responsabile della drammaturgia. “Strappami la Vita” – viaggio nel mondo del Tango da Gardel a Piazzola, sei diversi allestimenti della “Histoire du soldat”, “Il demone e la fanciulla”, “Vissi d’arte vissi per Maria – Il Maggiordomo della Callas”, “Pierino e il lupo”, “Il Bue sul tetto”, “Il Carnevale degli animali”, “Io Mozart”, “Carmen”, “Vi assicuro che zio Ludwig…”, ”Ero uno dei mille” fino a “Mozart e Rodari” scritto e interpretato per e con l’orchestra di Sanremo. Con gli spettacoli di Lione, Parigi e Ferminy porta per la prima volta Gaber fuori dai confini nazionali. Lavora inoltre come actor coach per attori e cantanti, tra i quali Andrea Bocelli. Dal 2003 è Direttore Artistico e trainer del laboratorio di Formazione attoriale S.M.O. Lab di Pescara e Actor Coach presso l’I.C.A. di Milano. Attualmente è impegnato sui set di “Fosca Innocenti” (per la terza volta con Vanessa Incotnrada dopo “Angeli” e “Il grande Caruso”), “Guida Astrologica per cuori infranti” per Netflix e guest star per la stagione 2021 di “Un posto al sole”. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- COACHING | SMO Lab
COACHING Potendo vantare una ricca e proficua esperienza sul campo, lo SMO offre servizi di actor coaching individuali o di gruppo ad attori, cantanti e performer in generale. Un Actor coach affianca e “allena” l’attore nella preparazione di provini o audizioni per l’ingresso in accademie o per la realizzazione di showreel o book fotografici (biglietti da visita indispensabili per chiunque voglia proporsi ad un’agenzia di consulenza cinematografica o rinnovare il proprio profilo professionale). L’actor coach è divenuto nel corso degli anni, in Italia nell’ultimo decennio, in America ormai da tempo, una figura cruciale e imprescindibile per supportare l’attore in ogni fase del suo lavoro. Partendo dall’analisi testuale e dal bagaglio di esperienze emotive e professionali dell’attore per il quale lavora, l’actor coach costruisce il personaggio e il miglior “acting” possibile, fornendo costantemente un ricco ventaglio di soluzioni tecniche per sciogliere i nodi che spesso insorgono nel processo creativo. L’actor coach guida e stimola l’attore nelle transizioni emotive con un mirato lavoro psico-fisico che renderà, alla fine dell’entusiasmante percorso, il suo lavoro solido, credibile e sopratutto ripetibile, puntando così alla standardizzazione performatica, miraggio spesso irraggiungibile se non ci si affida ad un sapiente sguardo esterno. Paradossalmente, le produzioni cinematografiche possono dedicare molto poco tempo alla preparazione degli attori e quindi diventa indispensabile che sia lui stesso a provvedere autonomamente e preventivamente agli ingaggi richiesti dalle scene così da farsi trovare pronto e velocizzare il lavoro del regista sul set. Durante le riprese l’actor coach può essere a disposizione dell’attore “in his corner” per coadiuvarlo nel delicato lavoro di gestione del personaggio e nei processi di “reacting”, in continuo mutamento, determinati dai rapporti con i partner di scena. Lo SMO fornisce inoltre consulenze su mise en espace, regie di spettacoli e un servizio di adattamenti e stesura testi. Contattaci per tue lezioni private o per richiedere un piano di intervento di coaching personalizzato! CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- STAGE | SMO Lab
STAGE Lo S.M.O. ospita mensilmente e direttamente all’interno della struttura di Pescara stage e seminari con casting director e agenzie cinematografiche. I migliori e più prolifici casting director impegnati quotidianamente nelle più importanti produzioni nazionali ed internazionali, forniscono ai nostri attori un preziosissimo bagaglio di esperienza ed opportunità. La lista dei nostri ospiti sarebbe lunghissima sicuramente possiamo citarne alcuni, che frequentano annualmente il vivaio o che sono semplicemente venuti a trovarci in passato: Davide Zurolo, Federica Baglioni, Marita D’Elia, Sara Casani, Giulia Appolloni, Claudia Marotti, Adriana Sabbatini, Roberto Bigherati, Barbara Giordani, Teresa Razzauti, Stefano Rabbolini, Jorgelina De Petris, Elisabetta Curcio, Giulia Azzoni, Laura De Strobel, Flavia Toti Lombardozzi, Chiara Agnello, Valentina Flint, Pino Pellegrino, Roberto Graziosi, Shaila Rubin… I nostri attori hanno quindi la possibilità, più unica che rara, di avere un rapporto costante e privilegiato con il mondo del lavoro reale e con indispensabili occasioni di crescita e confronto; dalle tecniche per preparare e affrontare i provini all’orientamento per muovere i primi passi nell’ambito del professionismo, fino alle occasioni di visibilità nelle quali sovente si entra negli archivi dei casting (che alla prima occasione convocano gli attori più talentuosi direttamente a provino). Il lavoro con il casting director per un attore è fondamentale per apprendere le dinamiche delle “audizioni”, imparando quindi a farsi condurre con umiltà ed intelligenza alla ricerca della miglior performance, guardando al casting director non come un severo guardiano della soglia che vuole impedirgli l’ingresso nell’agognato mondo straordinario, ma bensì come un mentore o quantomeno un alleato che tenta, nel suo complesso lavoro, di conciliare l’idea e la costruzione che l’attore propone sul personaggio, con la sua personale idea e quella del regista. Attraverso questo “contest” il casting director aiuta l’attore a trarre il meglio da sé e produrre così un provino valido e impattante. Fondamentali sono la predisposizione all’ascolto, la velocità di reazione e la capacità di adattarsi ed improvvisare. Aspetti che sono quotidianamente affrontati nelle fasi laboratoriali. Questi incontri servono soprattutto ad acquisire una terminologia, un vocabolario tecnico, per tradurre rapidamente le indicazioni di un casting in un linguaggio attoriale, in maniera tale da modificare volumetrie, limiti e strutture del personaggio, imparare a dosare o rilasciare la quantità di energia richiesta, gestire l’overacting e il rapporto con il partner, ma cosa fondamentale servono ad imparare a verticalizzare la recitazione. Capita spessissimo infatti che un casting director in fase di provino chieda che in una battuta si senta anche un sentimento opposto rispetto a quello rivelato nel testo della scena. Attraverso lo studio sui “tagli”, prerogativa questa della pedagogia di Mancini, ampiamente approfondita nel corso dedicato alla recitazione cinematografica, gli attori acquisiscono i mezzi necessari per soddisfare la richiesta del casting. Partendo dall’analisi testuale e utilizzando la recitazione “tagliata” si arriva alla costruzione di personaggi credibili e realistici. La possibilità di un’esposizione controllata, costante e graduale, permette agli attori di affrontare con sempre minore ansia performatica il lavoro davanti ai casting director, dalle prime esperienze, nelle quali si pagherà uno scotto emozionale, fino ad acquisire sempre più sicurezza e tranquillità nel lavoro proposto. Lo S.M.O. offre inoltre l’opportunità unica di imparare a lavorare con tutti i casting e con le loro varie metodologie, acquisendo così la capacità di gestire approcci, a volte, molto distanti. Come in un vivaio, l’operazione di scouting è costante, come anche le occasioni di essere “seguiti” e accompagnati nella crescita, con un check che in alcuni casi può essere annuale. Discorso a parte merita la straordinaria opportunità di essere visti dalle agenzie cinematografiche. Essere rappresentati da un’agenzia è il primo passo per entrare realmente nel mondo professionale, che non prevede la ricerca “fai da te” di improbabili provini su internet (la maggior parte dei quali riguarda comparsate o ruoli generici che nulla hanno a che fare con il mestiere dell’attore) o l’essere accalappiati da fantomatiche agenzie (a pagamento) alla ricerca di “nuovi volti per lo spettacolo” con la promessa di rapidi inserimenti in inesistenti “mondi del cinema”, magari con la proposta di realizzare costosissimi book fotografici o pseudo corsi di portamento e recitazione di un week end. Le “vere” agenzie di consulenza cinematografica non sono a pagamento, non lucrano su book fotografici (che sono ad esclusivo appannaggio dell’attore) ma guadagnano una percentuale esclusivamente sul lavoro dell’attore. Per essere “appetibili” per un’agenzia bisogna essere capaci, in una prima fase della propria carriera, di proporre un personaggio che sia immediatamente inquadrabile in termini di ruolo e vendibile in termini meramente commerciali, tanto da farla interessare all’inserimento nella propria scuderia andando così ad occupare una casella mancante in quel momento. Inoltre una volta iniziata la collaborazione con un’agente la prerogativa è quella di una promozione a casting e produzioni tale da far fruttare, nella prima fase, ottimi feedback, in futuro, la propria vendita. Il resto è bassissimo cabotaggio e operazioni pseudo truffaldine che si muovono al latere di un mondo nel quale si pensa di poter entrare semplicemente con un bel viso e nessuna formazione. Quindi lo S.M.O. offre l’opportunità reale di essere visti e, se interessati, rappresentati dalle più importanti agenzie che annualmente danno uno sguardo ai gioielli della casa. Sono stati nostri ospiti Gianni Ghiffi della Volver, Luca Rubenni per la Promoter Artist, Rita e Simone Giorgi e Nada Shahin della Rita Giorgi, Claudio Valenti per la Close Up e ancora Alessandra Lividori della AL Management e la Up Management di Vanessa Ventura, etc… Insomma, ogni mese c’è da divertirsi e da imparare! CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- BRIGANTI | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Briganti “Briganti” è un crudo spaccato su quella che è stata a tutti gli effetti “la prima guerra civile italiana”. La guerra di resistenza di una nazione sovrana contro uno stato invasore che aveva come unico intento quello di accaparrarsi le casse del Regno delle Due Sicilie, floride e pingue, così da rinverdire le rachitiche finanze di uno stato indebitato e fallimentare come quello piemontese. L’aggressione, iniziata senza neanche una formale dichiarazione di guerra, era fortemente sostenuta da Francia, Inghilterra e massoneria. Il copione dell’opera è stato elaborato direttamente da documenti dell’epoca cercando di abbinare all’azione scenica, di alto impatto emotivo ed evocativo, una forte spinta all’informazione storica. Frutto al principio di una scrittura scenica collettiva nell’ambito del Progetto Smo Village 2003, con il contributo della casting Shyla Rubin e della sceneggiatrice Tiziana Masucci, nel corso del tempo è divenuto altro da sé. Un copione totalmente riscritto, integrando alle figure preesistenti della stesura originale (come Michelina De Cesare della quale si racconta il martirio) altri personaggi, fino a far divenire “Briganti” un racconto complesso su vari piani narrativi, con storie e vicende che collimano e si intersecano. Data la suggestione della messa in scena e la relativa novità delle tematiche trattate al tempo (oggi invece è reperibile una vastissima fonte di documenti e la realtà storica è emersa con forza) “Briganti” arrivò a sfiorare le 80 repliche. Ora è destinato solitamente ai primi anni del laboratorio di formazione. Teatro sociale e di parola ma non solo, il racconto di alcuni momenti significativi del periodo, con uno stile da “action movie”, ben si sposa con l’intento di far convergere alcuni degli emblematici personaggi della guerra di resistenza contro l’invasore Sabaudo a Scurcola. L’azione scenica e la memoria si snodano a ritroso, ricostruendo e immaginando tutto ciò che è avvenuto nei giorni antecedenti quello che è passato alla storia come “l’eccidio di Scurcola Marsicana” (di cui già dall’incipit conosciamo il drammatico finale). L’episodio, che è anche l’occhiello del testo, è raccontato anche da Pasquale Squitieri nel film “Li chiamarono… Briganti”. Davanti alla tristemente nota Chiesa delle Anime Sante a Scurcola Marsicana infatti, la notte tra il 22 e 23 gennaio 1861, avvenne uno dei tanti stermini compiuti dall’esercito piemontese, il cui “modus operandi” con “il diritto di rappresaglia” consisteva nella strage sistematica della popolazione civile, rea di coprire, foraggiare e combattere al fianco del regolare esercito borbonico o al fianco dei Briganti. Per capire gli eventi sarà però necessario rammentare che anche nei territori marsicani, in quegli anni, avevano luogo aspri scontri tra filo-borbonici e filo-piemontesi (il meridione d’Italia era governato da Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie). Il 13 gennaio del 1861 a Tagliacozzo, si assiste all’ ennesimo violento scontro durante il quale i piemontesi sono messi in fuga e costretti a ripiegare fino ad Avezzano. La mattina del 23 gennaio 1861 il maggiore Delitala, giunto a Scurcola da Avezzano, come costume delle tristemente note “colonne infami” piemontesi dei criminali di guerra Pinelli e Quintili, esercita l’autoproclamato diritto di rappresaglia. I borbonici fatti prigionieri sono 366 e vengono rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante. E’ in questo momento che prende il via il terribile eccidio: borbonici o contadini e canonici e “quanti indiscriminatamente vi trovassero per le strade” vengono portati fuori uno alla volta e giustiziati. Tra le vittime una menzione particolare andrebbe al valoroso medico Giovanni Maúti di Luco dei Marsi, che meriterebbe un racconto a sé, avendo affrontato il plotone di esecuzione pur di non tradire i suoi compatrioti: avrebbe avuto salva la vita se lo avesse fatto. Il Maggiore Delitala, come da direttive del Generale Quintili, fece fucilare 89 persone nell’arco della maledetta notte e le fucilazioni sarebbero continuate se a mezzogiorno non fosse pervenuto un ordine da Avezzano col quale si “consigliava” al Maggiore Delitala di sospendere le fucilazioni. Oltre agli 89 trucidati si sono perse le tracce anche degli altri 277 (come detto furono 366 le persone recluse nella chiesa delle Anime Sante), si dice che furono condotti ad Avezzano per poter essere processati in seguito all’Aquila, ma non arrivarono mai a destinazione. Domenico Lugini racconta, con grottesco sentimento filopiemontese, che del trasferimento se ne fecero carico le “patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de’ Marsi”. E se mai vi fossero ancora dubbi, queste parole equivalgono alla certezza che i quasi 300 sventurati non arrivarono mai a destinazione, poichè era costume delle guardie nazionali risolvere sbrigativamente il “problema” prigionieri. Ad oggi, tra l’altro, non è ancora chiaro che fine abbiano fatto i cadaveri dei giustiziati. Si può presumere che una parte di essi sia stata sepolta ai piedi del Monte San Nicola, quello che sovrasta l’antico borgo di Scurcola, o siano stati bruciati o inumati in un’immensa fossa comune. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il tristemente noto comandante Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria questo terrificante dispaccio: “Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotale vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell‘Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava e da quelle ceneri sorgerà piú rigogliosa e forte la libertà!”. Il 40° fanteria piemontese dei criminali Pinelli e Quintili lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in eguali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo e in altre decine e decine di piccole località, letteralmente cancellate dalla cartina geografica. Le “prodezze” della colonna infame furono premiate con l’assegnazione di 2 medaglie d’oro agli “eroici” Pinelli e Quintili, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alle “gloriose” truppe. Il Generale Pinelli è noto anche per un episodio successivo alla conquista del Regno delle Due Sicilie da parte di Garibaldi, che definì le operazioni piemontesi nel sud “cose da cloaca”. Comandante militare delle province parmensi, nell’ottobre 1860 venne messo alla testa delle forze italiane assedianti la cittadella di Civitella del Tronto, ancora in mano a una guarnigione dell’esercito delle Due Sicilie al comando del Maggiore Luigi Ascione. Nonostante la superiorità delle forze, le truppe comandate da Pinelli non riuscivano ad aver ragione degli assedianti. Pinelli adottò pertanto misure durissime contro la stessa popolazione civile e il 28 ottobre 1860, di fronte alla resistenza di Civitella del Tronto e alle insurrezioni di Caramanico, Avezzano, Sora, Carsoli, Pizzoli, decise la linea dura. Invase Pizzoli il 28 ottobre 1860, saccheggiò la città, la incendiò e fece strage di quanti tentarono di sottrarsi alle fiamme (nella sola mattinata uccise 136 innocenti, la maggior parte dei quali impiccati per risparmiare la polvere da sparo). La sera per dormire requisì la villetta del farmacista Alessandro Cicchitelli e frugando nei cassetti trovò i ritratti di Francesco II e di Maria Sofia. La mattina ordinò la fucilazione del farmacista davanti alla moglie implorante. Tutt’oggi non c’è una stima effettiva del numero dei civili massacrati dai carnefici di cui al contrario esiste un’infame e lunghissima lista. Questi feroci assassini sono stati infatti premiati con medaglie al valore e sono ricordati con strade intitolate a loro nome. Per oltre dieci anni i “liberatori” continuarono su questa gloriosa via: tra fucilazioni di massa, stragi e leggi speciali fino ad arrivare al genocidio che mai mente criminale avrebbe potuto concepire, l’eccidio delle 5000 anime a Pontelandolfo. Il 14 agosto del 1861, all’alba dell’Unità d’Italia, va in scena probabilmente la più nota delle stragi compiute dall’esercito Sabaudo, ai danni degli abitanti di due paesi, Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. Alle prime ore di quel maledetto giorno si scrive una delle pagine più nere del Risorgimento, puntualmente ignorata dalla storiografia ufficiale e dai testi scolastici. I protagonisti sono i “liberatori” piemontesi, con in testa l’infame Generale Enrico Cialdini. Dopo l’uccisione di alcuni soldati del regio esercito per mano dei briganti, su ordine di Cialdini, viene ordinata, come da costume piemontese, un’operazione di rappresaglia contro la popolazione civile. Sotto il comando del colonnello Pier Eleonoro Negri, una colonna di 500 bersaglieri viene inviata con la disposizione di massacrare tutti gli abitanti, ritenuti complici dei briganti, e di radere al suolo, per vendetta, i due paesi, che alle prime luci del 14 agosto i soldati raggiungono, sorprendendo gli abitanti nel sonno. I militari piemontesi assaltano così le chiese e le case: saccheggi, torture, incendi e stupri. Quella mattina accade di tutto. Le cronache dell’epoca raccontano che i militari davano fuoco alle abitazioni lasciando dentro gli abitanti mentre i bersaglieri attendevano l’uscita dei civili dalle proprie abitazioni in fiamme per sparargli addosso. Chi riesce salvarsi dalle fiamme e dal tiro a bersaglio viene catturato e poi fucilato. Per le donne c’era il solito trattamento a parte: cattura, stupro, sevizia e uccisione. Concettina Biondi, una ragazzina appena sedicenne, viene violentata a turno. Ecco la raccapricciante testimonianza dal diario del bersagliere Carlo Margolfo, uno dei 500 “gloriosi” bersaglieri protagonista della strage: “Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel Comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4500 abitanti. Quale desolazione non si poteva stare d’intorno per il gran calore e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case”. L’ordine è perentorio: radere al suolo i due paesi, non far rimanere in piedi neanche una sola pietra. Come già ricordato, vengono prese d’assalto le chiese e le case e, al grido di “piastra, piastra”, vengono saccheggiate per poi essere incediate. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, Cialdini era solito raccomandare di “non usare misericordia ad alcuno, uccidere senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”. Ed è esattamente quello che avvenne ad opera di questo criminale di guerra, a Pontelandolfo e Casalduni, al quale nel nostro Paese sono dedicate numerose vie e piazze che sarebbe ora per decenza di cancellare! Al termine dell’azione il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Nel 1920 Antonio Gramsci, su “Ordine Nuovo”, a proposito di questi genocidi e di queste vere e proprie pulizie etniche perpetrate dei “civilizzatori e liberatori” italo-piemontesi a danno delle popolazioni meridionali, così scrive: “Lo Stato italiano si è caratterizzato come una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Si può senz’altro dire che la ferocia, per “diritto di rappresaglia”, dagli italo-piemontesi fu senza dubbio superiore a quella dimostrata, sempre per “diritto di rappresaglia”, dai nazisti nell’agosto del 1944 a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, dove gli abitanti furono anch’essi fucilati ma senza saccheggi e stupri e le case dei due paesi non furono bruciate, al contrario di quelle di Pontelandolfo e Casalduni di cui i piemontesi ne lasciarono intatte solamente tre. Eppure i nostri libri di storia e le enciclopedie non fanno altro che ricordare, perché giustamente non se ne perda la memoria, le vittime dei nazisti dell’agosto del 1944. Sarebbe doveroso ritrovare anche la memoria degli eccidi e delle operazioni di pulizia etnica di cui furono vittime le popolazioni meridionali ad opera di altri italiani, che si spacciarono per “liberatori e civilizzatori”. Assassini le cui gesta criminali vengono ancora oggi puntualmente ignorate dalla storiografia ufficiale e scolastica. Le passate celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sarebbero state una buona occasione per ricordare e ritrovare una memoria condivisa. Le parole di Giuliano Amato, presidente del comitato dei garanti, che riportiamo di seguito, sono state solo scuse tardive e grottesche, che confermano che questi fatti non sono mai stati riportati nei libri di storia. Amato ha dichiarato agli abitanti di Pontelandolfo: “A nome del presidente della Repubblica Italiana vi chiedo scusa per quanto qui è successo e che è stato relegato ai margini dei libri di scuola”. Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni di alcune delle imprese dei nostri prodi liberatori. Diceva Leonardo Sciascia: “Questo è un Paese senza memoria e io non voglio dimenticare”. E neanche noi vogliamo dimenticare Scurcola, Pontelandolfo, i paesi scomparsi e mai ricostruiti e i milioni di connazionali costretti ad emigrare davanti alle macerie di una nazione depredata. Non vogliamo dimenticare le migliaia di meridionali ex soldati dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, i Briganti-combattenti, i renitenti alla leva, gli oppositori politici e tutti i conterranei squagliati nella calce nei campi di concentramento e sterminio di Fenestrelle e San Maurizio Canavese. I piemontesi furono maestri in tutto dei nazisti, anche del triste motto ancora inciso nel lager di Fenestrelle “ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce” che diverrà ad Auschwitz “Arbet macht frei” – “Il lavoro rende liberi”. Gli orrori del primo campo di concentramento europeo sono stati raccontati con terrificante lucidità anche dal giornale piemontese L’Armonia (“La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi, cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e, se qualcuno parla, è legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed si fecero morire in questa barbarie” ) o in maniera più poetica dal pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del 1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già rigurgitava prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli: “Laceri, ignudi e poco nutriti, appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più né vivi, né morti. E’ una barbarie signori”. Per concludere non vogliamo dimenticare quello che il sud era prima della depredazione, ricordando quanto inciso su una roccia calcarea sulla “Tavola dei Briganti” nella Majella: “Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia. Prima era il regno dei fiori, ora è il regno della miseria.” DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- BLUES IN 16 | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Blues in sedici L’Indovino cieco, il padre, la madre, il figlio, Lisa, la Città, il Killer, il Teschio, questi i personaggi che cantano il dolore di una realtà ingombrante come la Storia, desolante come la Moda e feroce come l’assenza di Futuro. Con quest’opera Stefano Benni torna alla poesia e affida al ritmo del verso la percezione della fatiscenza sociale e morale, il brulicare di una rabbia senza nome, la volontà di vedere oltre la cecità e l’invisibilità, la necessità di un sacrificio e l’ostinazione della speranza. Contemplato con pietà ed orrore, il teatro della metropoli che uniforma emozioni e culture è ancora un teatro vivo che porge una sorta di ultima occasione: quella di ritrovare un senso al vuoto, al caos, alla violenza e al disincanto. La struttura di “Blues in sedici” è fatta di 8 personaggi che parlano in forma di monologo poetico per due volte: ognuno di loro vive la storia dal punto di vista della propria vita, e vive la vita dal punto di vista della propria storia. Lo spettacolo è tratto da una storia vera: negli anni 80 a Bologna un operaio disoccupato, per uno strano presentimento, si recò nella sala giochi frequentata dal figlio. Proprio in quel momento era in corso un regolamento di conti tra spacciatori. Il padre salvò la vita al figlio facendogli scudo con il corpo. Il suo sacrificio commosse a tal punto Stefano Benni da volergli dedicare questo struggente “Blues”. L’originale e toccante adattamento teatrale di Mancini parte dalle sedici poesie che costituiscono la struttura dell’opera ma la messa in scena e la continuità narrativa vengono costruite coralmente utilizzando la frammentazione del personaggio e la costruzione per quadri. In una piccola e toccante vicenda echeggia l’enormità dell’assoluto. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- NATURA MORTA IN UN FOSSO | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Natura morta in un fosso “Natura morta in un fosso” è un poliziesco insolito ed irriverente, frutto della brillante creatività di Fausto Paravidino. A dare il via all’azione è l’omicidio di Elisa Orlando. Attorno al delitto si sviluppa l’intreccio delle indagini, degli interrogatori, delle testimonianze e delle ricostruzioni di una serie di personaggi che danno forma ai diversi ambienti di una non meglio identificata periferia metropolitana, disegnata con tratti tutt’altro che rassicuranti: sesso, droga, ricatti, disillusione e finto perbenismo. Il “discotecaro” che scopre il corpo di Elisa, sua madre, il suo fidanzato, uno spacciatore, una prostituta, un commissario e il suo vice, un poliziotto e un medico legale, questi i personaggi che si alternano e si affiancano sulla scena, imprimendo un’imprevedibile serie di svolte alle indagini. In questo inedito e memorabile allestimento la struttura monologhistica della stesura originale, grazie ad un’operazione di sceneggiatura e riscrittura davvero ispirata, si fa incredibilmente più viva e coinvolgente rendendo il racconto acceso e dinamico e facendo procedere la narrazione su tre piani. Ogni personaggio infatti è in continuo dialogo con sé stesso, con gli altri personaggi e con il pubblico, con cui interagisce attivamente, facendosi testimone della sua verità e offrendogli un tassello del suo punto di vista per completare il mosaico dell’omicidio di Elisa. Il linguaggio è frammentato ed elementare, concreto, spesso volgare ricordando le “four-letter words” di mametiana memoria che danno verità, verticalità e secchezza alla narrazione. Il pubblico fino alla fine è parte attiva nella risoluzione delle indagini, poichè reso costantemente partecipe degli stati d’animo e delle strategie dei personaggi e quini ne è diventato ormai innegabilmente complice. L’intento di “Natura morta in un fosso” però non si esaurisce con la soluzione del crimine, che passa quasi in secondo piano, ma va ben oltre, portando lo spettatore ad entrare nella psiche dei personaggi, a riflettere e a mettere in discussione svariati aspetti della quotidianità e delle proprie certezze. Anche il finale si discosta in maniera netta dagli esiti consolatori del giallo tradizionale, facendo di quest’opera un noir dai caratteri brutalmente autentici, lontano da ogni facile retorica o rassicurante moralismo. Mancini adatta la storia dalla carta al teatro in modo straordinario con il suo linguaggio registico fortemente cinematografico, dove la musica, sempre scelta con sapienza sorprendente, diventa struttura emozionale. La regia cura ogni personaggio con la profondità quasi “mistica” che a Mancini è stata sempre riconosciuta. Una nota di merito va inoltre alla creazione di personaggi ex novo e per i quali sono stati scritti ampi blocchi narrativi che bilanciano il racconto e lo portano dal “crime” tout-court alla più alta tradizione della commedia all’ italiana dove Mancini riesce sorprendentemente anche a farci ridere e farlo di gusto, sempre in equilibrio tra una lacrima e un sorriso. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- LA CANZONE DI HADEEL | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini La canzone di Hadeel “La canzone di Hadeel”, da cui lo spettacolo prende il nome, è una struggente poesia della libanese Hanan Ashrawi che descrive attraverso gli occhi di una bambina le sofferenze del popolo palestinese. Il punto di vista di una giovane fanciulla di fronte agli orrori della guerra ha mosso la scelta di affidare proprio a dei giovani attori la “mise en espace” di alcune tra le più commoventi poesie contro le guerre. Una lunga scia di sangue che unisce tempo, spazio e popoli: l’Argentina dei generali con i suoi desaparecidos, la guerra civile spagnola con l’ascesa di Franco, le atrocità dell’Olocausto in Germania e Praga con la sua primavera. Gli autori di questa toccante galleria si fanno coraggiosi portavoce e testimoni partecipi, da Neruda con la furiosa “I nemici” e la nostalgica “Explico algunas cosas!” a Joyce Lussu, sua la straziante “C’è un paio di scarpette rosse”, da Bertold Brecht, presente con la monumentale “La moglie ebrea” e l’ironica “Avevo un fratello aviatore”, a Khaled Fouad Allam autore della lucida e straordinaria “Lettera ad un Kamikaze”, passando per la sarcastica “Ninna nanna della guerra” di Trilussa e la Sarayevo in fiamme di J. Toby in “Pasqua 1999”, fino alla speranzosa “Scatola dei colori” di Tail Shurek. La coesione e la continuità stilistico-narrativa dell’allestimento è garantita da “quadri” tematici che accordano, in un sol canto, voci diverse, così lontane eppure così vicine. La tecnica della frantumazione dei personaggi, permette di dare luce a “suite” corali e l’allestimento “multimediale” facilita la strada verso i cuori e le menti degli spettatori, stimolati quindi da parole, suoni, musiche ed anche immagini. Un video wall con proiezioni manda sapienti montaggi tematici della scena affrontata per aiutare a completare la fruizione e l’immersione nello spettacolo. Attraverso la poesia, il lavoro di gruppo e la condivisione delle esperienze con i propri compagni, i nostri giovani attori affrontano l’impegno di un teatro civile che smuove le coscienze e forse restituisce all’arte uno dei suoi principali scopi: permettere agli spettatori e agli attori di mettersi in contatto con temi universali. In questo caso la sofferenza, la guerra, ma soprattutto l’importanza della pace, perchè il teatro è canto e discanto delle umane esperienze, che lega in un unico afflato tutti gli uomini. La Canzone di Hadeel è uno spettacolo forte come la più dolce delle carezze sul cuore. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- AMORE E PSICHE | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Amore e Psiche Un aviatore in volo sopra il deserto del Sahara è costretto da un’avaria ad atterrare nel mezzo del nulla. Pensa di essere solo sotto il cielo trapunto di stelle, lontano mille miglia dalla civiltà. Quando all’improvviso, una voce lo sorprende: «Disegnami una pecora!». A parlare è un bambino, il principe del lontano asteroide B 612, su cui viveva in compagnia di tre vulcani e una rosa, piccola e vanitosa. Di lì è partito per un lungo viaggio attraverso il cosmo, durante il quale ha incontrato tanti bizzarri personaggi – un re solitario, una vanitosa che loda solo sé stessa, un’ arida businessman, un ubriacone che beve per dimenticare, uno zelante lampionaio e due geografi, imparando da ciascuno le piccole grandi verità che compongono il mosaico della saggezza umana. Approdato infine sulla terra viene avvicinato da una volpe che gli chiede di essere addomesticata e gli rivela il segreto più prezioso: quello dell’amicizia. Ma al termine del racconto è tempo per l’uomo e per il bambino di separarsi: il piccolo principe deve far ritorno dalla sua rosa. Non prima di aver fatto dono al pilota del suo sorriso e di un confortante messaggio: ogni volta che alzerà lo sguardo verso le stelle, saprà che lassù c’è un piccolo principe che veglia la sua rosa. Il filo conduttore della storia è espresso nel segreto che la volpe racconta al piccolo principe: “Solo con il cuore si vede bene: l’essenziale è invisibile agli occhi”. La storia invita gli spettatori a guardare oltre le apparenze superficiali e a cercare la bellezza e il significato nella vita. Incoraggia anche a coltivare relazioni sincere e profonde con gli altri, soprattutto con coloro che sono diversi da noi. Ma è anche una rappresentazione della bellezza e della poesia della vita, un’esplorazione della natura umana e della solitudine, un monito a ricercare la felicità nelle cose più semplici e nell’amore e nelle relazioni umane. Un invito a considerare il mondo con occhi nuovi e a cercare un senso più profondo nella vita, ma anche a guardare ai bambini e a prenderli da esempio: il Piccolo Principe rappresenta l’innocenza, la purezza e l’amore, mentre gli adulti che incontra nei suoi viaggi rappresentano l’avidità, la vanità e l’indifferenza. I nostri piccoli grandi attori affrontano la messa in scena dopo un laboratorio formativo atto a sviluppare ed ampliare la propria percezione di sé ed empatizzare con “l’altro” che sia il compagno di corso con il quale sta costruendo lo spettacolo, o semplicemente una persona diversa da noi cosi come fa proprio il Piccolo Principe nel suo straordinario viaggio. Attraverso la frantumazione dei personaggi tutti i nostri giovani attori sono di scena in scena piccoli principi e rose, ubriaconi e uomini d’affari, re e lampionai, e anche spettatori stessi della loro performance., che tutto è , dato l’apparato scenotecnico che un saggio di fine anno ma un vero spettacolo con archetti e proiezioni, con attori adulti con i quali recitare e un severo piano luci da rispettare. Nulla ci rende più emozionati e fieri del nostro lavoro se non quello con i nostri più giovani attori e vederli crescere e sbocciare come la Rosa della storia , petalo dopo petalo, giorno dopo giorno, con amore. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- SOLI | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Soli Per esteso “frammenti di monologhi di attori in assolo”, è uno spettacolo dedicato ai diplomandi che hanno concluso il triennio di laboratorio. In questa prova attoriale, nella quale si affronta in solo il palco, vengono portati in scena monologhi che attingono a piene mani dal repertorio teatrale e cinematografico più affascinante e attuale. Essere soli su di un palcoscenico, senza potersi affidare a nessuno, contando solo sulle proprie risorse, è una sfida che spaventa ma allo stesso tempo esalta. La condizione di solitudine permette di essere un tutt’uno con noi stessi, con il nostro respiro e il nostro “suono”, riuscendo a vivere con il pubblico un rapporto intenso, privilegiato, quasi esclusivo. Si instaura un legame intimo nel quale gli attori vengono messi a parte di un terribile segreto sconosciuto ai più: la soddisfazione che si prova nella coralità di un ensemble e la gioia, per l’umile mortificazione dell’ego nel lavoro di una compagnia, non valgono un solo istante dell’estasi che l’attore prova in questa folle solitudine. Gustare l’ebbrezza di ogni gesto e ogni respiro “in solo”, nel quale tutto si amplifica con una straordinaria intensità. Il tempo si curva e si dilata, ogni infinitesimale battito d’ali di quell’istante diviene incantato. L’attore si eleva ad un piano di ascolto nel quale intercetta non più la semplice attenzione, ma la complicità degli spettatori che si fanno testimoni partecipi dei più celati desideri, dei pensieri più intimi e degli accadimenti più oscuri dei personaggi. In altri contesti e circostanze tutto ciò normalmente non accade, o per lo meno non in maniera così intensa, poiché l’attore è in qualche modo protetto dalla presenza complice dei colleghi che ne frantumano il senso di responsabilità individuale, condividendo oneri e onori della performance. La sfida di ogni attore in questo spettacolo è quindi riuscire a coinvolgere davvero il pubblico, intercettando, attraverso una captatio benevolentiae, un’empatizzazione viscerale, sfatando le preconcette idee manichee sul bene, sul male e sulle relative schematizzazioni che spesso nei personaggi produce. La struttura, pur se fatta di monologhi, esalta e stimola il legame tra gli assoli, sempre collegati da un “fil rouge” energetico o tematico che rende coerente l’intero arco narrativo. Soli è uno spettacolo che quindi travalica decisamente il concetto di almanacco, raccolta o zibaldone di testi, avvicinandosi perciò più ad un libro di novelle o di brevi racconti. L’intento è quello di far assistere a 16 piccoli spettacoli a sè stanti poiché ogni monologo svela un mondo, compiuto e composito, e alla conclusione di ogni spaccato narrativo non si può far altro che rinnovare il patto di attenzione e complicità, resettando la coscienza del pubblico. Gli spettatori, accompagnati da un’eloquente brochure, seguiranno lo spettacolo consultando un “Menù’” con tutte le sinossi dei monologhi, per comprendere i momenti e le circostanze emotive nelle quali i personaggi si trovano, entrando nel plot in medias res e prendendo di volta in volta le parti del personaggio proposto. Il monologo interiore è la tecnica principe per affrontare questa difficile prova, senza tralasciare i tagli che il personaggio porta con sé, i “disegni” delle parole e le loro relative fioriture, il lavoro sulle micro e sulle macro immagini, i meccanismi traspositivi del testo, il lavoro sul blind-side, l’interazione con la quarta parete, gli antefatti drammatici, le urgenze e i difetti tragici, gli oggetti di scarico e i sensoriali, le proiezioni vocali ed energetiche, il tutto danzato attraverso l’obliquo ritmo delle transizioni emotive che il personaggio vive e offre in sacrificio al pubblico astante. La costruzione del personaggio è spietata, le forze da mettere in campo sono molteplici e la sfida porta l’attore allo stremo. Come assistendo al volteggio di un trapezzista, ogni performance è da seguire con il fiato sospeso, perché se deve essere un gioco al massacro che lo sia fino in fondo: un attore e una luce. Una cruenta nudità correlata da un apparato scenotecnico di disarmante semplicità (la citazione alla nudità è voluta dato che proprio “Nudo di donna” è il titolo di questo affascinante e “disturbante” spettacolo quando il cast è composto da sole attrici). Soli è senza dubbio la prova tangibile di aver percorso una via ardua e stimolante che, giunta al monologo, arriva a toccare lo zenit. Per giungere alla vetta più alta però, gli attori avranno bisogno di tutte le tecniche acquisite nel corso del triennio, per riuscire nell’impresa più terrificante: recitare soli in un teatro pieno. Roba da far tremare i polsi, roba da attori diplomati allo S.M.O. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- MACBETH | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Macbeth Macbeth (titolo completo The Tragedy of Macbeth) è tra i più conosciuti e citati drammi di Shakespeare, indicato unanimamente dalla critica come il suo lavoro più complesso e sfaccettato. Frequentemente rappresentata e riadattata nel corso dei secoli, la “Tragedia Scozzese”, per la cui trama Shakespeare si ispirò liberamente al resoconto storico sul re Macbeth di Scozia di Raphael Holinshed, è divenuta archetipo “par excellence” della brama di potere e dei suoi pericoli. Tuttavia questa definizione, universalmente riconosciuta, è estremamente riduttiva, date le implicazioni analitiche legate al rapporto osmotico tra Macbeth e sua moglie Lady Macbeth e le ampissime ripercussioni di natura filosofica sui temi dell’azione, della volontà e del potere. Tematiche presenti e sviluppate anche in altri personaggi, come ad esempio in Malcolm, il giovane figlio del Re Duncan. Legati da un rapporto tossico che li rende senza nessun dubbio due fra le più riuscite caratterizzazioni shakespeariane, Macbeth e sua moglie Lady Macbeth sprofonderanno in un gorgo inesorabile di errori ed orrori. Lady Macbeth, personificazione stessa del male, è animata da grande ambizione e sete di potere: è lei a convincere il marito, spesso indeciso, a commettere il regicidio, ma non riuscirà poi a sopportare la deriva di ambizione dello stesso consorte, arrivando alla follia. Macbeth d’altro canto perderà gradualmente ogni contatto con la realtà e a causa dell’efferatezza, a volte insensata, delle sue azioni andrà incontro ad una lenta e struggente disumanizzazione. Una fitta e stregata nebbia di non-detto inoltre avvolge il passato della coppia infernale: l’assenza di eredi, un figlio morto probabilmente ancora in fasce e desideri di potere sottaciuti che a volte riecheggiano come “pensieri dimenticati”. Queste ombre e molti altri misteri aleggiano tuttora attorno alla tragedia per complicare un quadro che l’autore vuole confuso e frammentario tanto da non chiarire neanche la causa della morte della sua protagonista femminile: suicida o uccisa? Per Shakespeare è sufficiente solo un lapidario “Mio signore la regina è morta!”. Costituita da solo cinque atti, è la più breve delle tragedie di Shakespeare ma sicuramente quella con la dilatazione temporale più lenta e angosciante, tanto è tetra e quasi apocalittica. Giampiero Mancini la traspone magistralmente in una Tokyo decadente e violenta con un impianto registico davvero poderoso che trasuda sangue e oscuri presagi, tra colpi di katane, kimoni danzanti e codici d’onore Yakuza. I sentimenti che legano padri e figli, mariti e mogli, amici e nemici sono rovelli silenti che si sposano perfettamente con l’ambientazione nipponica adottata anche nella trasposizione di Kurosawa “Il trono di sangue” (titolo originario “Kumonosu-jo” letteralmente “Il castello del ragno”). Kurosawa tuttavia riprende solo la trama riscrivendo completamente il testo e collocandolo nel Giappone feudale degli Shogun. Mancini sceglie invece un approccio ortodosso, adottando in maniera rigorosa il testo originale, senza minimante alterare il materiale shakespeariano ma soltanto attualizzando la messa in scena adattandola alla Tokyo odierna. La recitazione degli interpreti di Kurosawa inoltre è impostata dichiaratamente su toni appartenenti al teatro del No. Maschere impassibili, che non lasciano trasparire i loro sentimenti anzi, che trasmettono l’impressione di non averne o di averli deliberatamente soppressi, implodendo in un’atrofia emotiva. In direzione totalmente contraria gli attori di Mancini viaggiano verso uno struggente espressionismo. Un “Urlo di Munch” in movimento nel quale i personaggi vivono e tremano, vibrano e soffrono, amano e odiano con una straordinaria intensità, ipermoltiplicata dalla costante presenza del soprannaturale. Un vero e proprio circo degli orrori tra apparizioni di spettri, fantasmi che rappresentano le colpe e le angosce dell’animo umano e la presenza, forse reale o forse solo immaginaria, delle Tre Streghe, emissarie del Fato che incombe ineffabile, che è giustificazione e al tempo stesso ineluttabile sovrano delle sorti degli uomini. Le Sorelle Fatali, ispirate certamente alle Norne del mito norreno e alle Parche/Moire della tradizione greco-romana, sono infatti maestre di inganni, in questo adattamento sensuali monelle Kogal nei loro Sailor Fuku. Dividono Macbeth e Lady Macbeth così come la loro interpretazione ha diviso nel corso dei secoli spettatori, critici e intellettuali. Macbeth fa quello che esse gli dicono di fare? Oppure, più realisticamente, gli dei e gli spiriti si limitano semplicemente a prendere atto della volontà degli uomini e delle loro azioni? Nella sua follia sanguinaria Macbeth ha infatti solo il conforto del soprannaturale quando, recandosi dalle streghe per conoscere il proprio destino, ottiene come responso profezie solo in apparenza rassicuranti, in realtà molto enigmatiche. Ormai compromesso e dannato, il nostro “eroe tragico” vi si appiglia con convinzione ed affronta i nemici fino al momento in cui scopre il vero significato di quelle beffarde e oscure profezie. In scena 30 attori di un Master di quarto anno, in una danza macabra verso la dannazione, impegnati probabilmente nella prova più ardua dell’intero percorso di formazione S.M.O. Poiché in Macbeth tutto è esasperato, il male regna sovrano e i personaggi sono ambigui e complessi, gli attori devono reclutare ogni risorsa tecnica ed emotiva in loro possesso per restituire ai loro ruoli la profondità e la credibilità richiesta. Il lavoro di messa in scena giunge al termine di un impegnativo ed entusiasmante percorso, lungo un intero anno, nel quale si lavora all’allestimento dell’opera ma più in generale si approfondisce la poetica e il linguaggio del Bardo, attraverso lo studio ritmico di trochei, giambi e dattili affiancato all’analisi delle chiavi per interpretare le opere shakespeariane come monologhi interiori, macro-immagini e blid-side che sono solo alcune tra le più moderne ed evolute tecniche recitative che gli alunni del master dovranno padroneggiare. Scopo ultimo del laboratorio è quello di dotare gli attori di un proprio “canto” che renda fluido l’approccio psicofisico richiesto in ogni azione scenica. Demolendo l’erronea idea del corretto “suono classico”, al termine di questo Master gli attori saranno in grado perciò di affrontare con solidità ed ispirazione qualunque sfida attoriale odierna, poiché tra voice-off, jump-cut, under-acting e tempo emotivo, Shakespeare è il vero inventore della recitazione cinematografica. Il confronto con il Bardo nella Master Class S.M.O. resta quindi una prova dalla quale non ci si può esimere perché è un punto di arrivo e al contempo un punto di partenza per un nuovo e più consapevole sé attoriale. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- QUATTRO BOMBE IN TASCA | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Quattro bombe in tasca Primavera 1944. Uno sparuto gruppo di partigiani presidia un’importante postazione collinare. L’immobilità forzata li rende facilmente irritabili. Lontano una contadina intona un canto: è il segnale convenuto per avvertire i partigiani dell’arrivo dei tedeschi. Questo è il bellissimo incipit di “Quattro bombe in tasca” di Ugo Chiti dal quale Mancini ha liberamente tratto “Noi non eroi” la fortunata opera che in passato ha circuitato e raccolto significativi consensi e sentita partecipazione ovunque. “Noi non eroi” giunse al termine del progetto Smo Village 2006 che coinvolse 40 studenti-attori ed ebbe il prezioso contributo del Comandante Domenico Troilo. La sua partecipazione ha permesso di rendere meno “toscano” il racconto di Chiti e trovare un ancoraggio forse ancora più emozionale con l’Abruzzo, regione della gloriosa Brigata Majella, dando alla narrazione un respiro sicuramente più ampio e meno territoriale. Oggi lo spettacolo è diventato un banco di prova importante, generalmente destinato agli alunni di secondo o terzo anno del corso di formazione ragazzi o adulti S.M.O. Lab. “Quattro bombe in tasca” è una vicenda corale che si dipana attraverso momenti emblematici della guerra partigiana: il rastrellamento, la tortura, la rappresaglia e il sacrificio, che non rimangono come scansioni astratte ma diventano storia viva e bruciante fatta da personaggi, ognuno con un mondo dentro di sé. Quattro episodi, quattro storie collegate da un’asciutta narrazione, priva di stucchevoli rituali commemorativi, affidata semplicemente ai protagonisti: Silvana, Tizzo, Biondo e Fausto. Quattro personaggi, quattro come le bombe nascoste nelle tasche di Fausto con le quali si martirizzerà. “Di rara pregnanza è l’episodio richiamato nel titolo, quello di Fausto e delle sue quattro bombe, che si fa saltare in aria con due soldati della Wehrmacht da cui è stato bloccato; le membra fatte a pezzi d’un tale oscuro eroe saranno pietosamente raccolte da amici e vicini, perché a lui si possa dare degna sepoltura” (Aggeo Ravioli). Spettacolo corale dicevamo, fatto di uomini e donne, caratteri, sentimenti, voci, situazioni e presenze che attingono alla fonte inesauribile del racconto orale. La scrittura teatrale, che deriva dal racconto del partigiano Piero Coccheri, si colloca nelle storie dove sopravvivono fantasmi e apparizioni notturne. L’insolita chiave di lettura favolistica e l’adattamento teatrale di Mancini, con l’approfondimento di altre storie, al latere delle quattro portanti, permette di accedere all’interno di una memoria drammatica davvero collettiva, per ritrovare il respiro epico e concentrico della ballata popolare. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- DRACULA | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Dracula Questa versione teatrale di “Dracula”, tratta dall’ omonima opera di Bram Stoker, si inserisce nel genere in modo del tutto nuovo. Procede per quadri e per flash scenici, è teatrale ma rende omaggio alla più alta tradizione cinematografica. Dà nuove intenzioni e caratteri ai personaggi creati da Stoker, a tratti aderendo al romanzo ma al contempo rivedendo da nuove prospettive le personalità dei protagonisti, il tutto senza dimenticare le origini del mito: il Principe Vlad Tepesh l’Impalatore. Durante la visione si rimane francamente abbacinati dalla potenza della messa in scena e dall’equilibrio miracoloso che pone insieme frammenti ed echi di atmosfere che vanno da Polidori ed Herzog a James V. Hart e Fred Saberhagen. Fra le pieghe oscure del testo si possono infatti cogliere innumerevoli citazioni e rimandi, il cui compito è quello di imbrigliare gli spettatori in un’oscura ragnatela che si dipana dalle mondane atmosfere dei salotti della Londra Vittoriana e dei loro motteggi alle oscure terre Transilvane, dove tradizioni e leggende si fondono per dar vita alla più inquietante delle realtà. Il vero protagonista dell’opera è l’amore, oscuro, struggente e disperato, che attraversa gli oceani del tempo e sconfigge le tenebre della morte, abbracciando così la silente lettura metempsicotica della reincarnazione di Mina piuttosto che la sua predazione per vendetta, come la messa in scena ortodossa del romanzo imporrebbe. E’ teatro scenico ed iperbolico, teatro che chiede di trattenere il fiato, teatro che coinvolge in una sorta di afasia storica e drammatica e che una volta tornati con l’ossigeno in circolazione ci costringe a ripensare alla realtà percepita e agli imposti limiti che noi stessi le diamo. DIVENTA CIÒ CHE SEI!

