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Macbeth

Macbeth (titolo completo The Tragedy of Macbeth) è tra i più conosciuti e citati drammi di Shakespeare, indicato unanimamente dalla critica come il suo lavoro più complesso e sfaccettato. Frequentemente rappresentata e riadattata nel corso dei secoli, la “Tragedia Scozzese”, per la cui trama Shakespeare si ispirò liberamente al resoconto storico sul re Macbeth di Scozia di Raphael Holinshed, è divenuta archetipo “par excellence” della brama di potere e dei suoi pericoli. Tuttavia questa definizione, universalmente riconosciuta, è estremamente riduttiva, date le implicazioni analitiche legate al rapporto osmotico tra Macbeth e sua moglie Lady Macbeth e le ampissime ripercussioni di natura filosofica sui temi dell’azione, della volontà e del potere. Tematiche presenti e sviluppate anche in altri personaggi, come ad esempio in Malcolm, il giovane figlio del Re Duncan. Legati da un rapporto tossico che li rende senza nessun dubbio due fra le più riuscite caratterizzazioni shakespeariane, Macbeth e sua moglie Lady Macbeth sprofonderanno in un gorgo inesorabile di errori ed orrori. Lady Macbeth, personificazione stessa del male, è animata da grande ambizione e sete di potere: è lei a convincere il marito, spesso indeciso, a commettere il regicidio, ma non riuscirà poi a sopportare la deriva di ambizione dello stesso consorte, arrivando alla follia. Macbeth d’altro canto perderà gradualmente ogni contatto con la realtà e a causa dell’efferatezza, a volte insensata, delle sue azioni andrà incontro ad una lenta e struggente disumanizzazione. Una fitta e stregata nebbia di non-detto inoltre avvolge il passato della coppia infernale: l’assenza di eredi, un figlio morto probabilmente ancora in fasce e desideri di potere sottaciuti che a volte riecheggiano come “pensieri dimenticati”. Queste ombre e molti altri misteri aleggiano tuttora attorno alla tragedia per complicare un quadro che l’autore vuole confuso e frammentario tanto da non chiarire neanche la causa della morte della sua protagonista femminile: suicida o uccisa? Per Shakespeare è sufficiente solo un lapidario “Mio signore la regina è morta!”. Costituita da solo cinque atti, è la più breve delle tragedie di Shakespeare ma sicuramente quella con la dilatazione temporale più lenta e angosciante, tanto è tetra e quasi apocalittica. Giampiero Mancini la traspone magistralmente in una Tokyo decadente e violenta con un impianto registico davvero poderoso che trasuda sangue e oscuri presagi, tra colpi di katane, kimoni danzanti e codici d’onore Yakuza. I sentimenti che legano padri e figli, mariti e mogli, amici e nemici sono rovelli silenti che si sposano perfettamente con l’ambientazione nipponica adottata anche nella trasposizione di Kurosawa “Il trono di sangue” (titolo originario “Kumonosu-jo” letteralmente “Il castello del ragno”). Kurosawa tuttavia riprende solo la trama riscrivendo completamente il testo e collocandolo nel Giappone feudale degli Shogun. Mancini sceglie invece un approccio ortodosso, adottando in maniera rigorosa il testo originale, senza minimante alterare il materiale shakespeariano ma soltanto attualizzando la messa in scena adattandola alla Tokyo odierna. La recitazione degli interpreti di Kurosawa inoltre è impostata dichiaratamente su toni appartenenti al teatro del No. Maschere impassibili, che non lasciano trasparire i loro sentimenti anzi, che trasmettono l’impressione di non averne o di averli deliberatamente soppressi, implodendo in un’atrofia emotiva. In direzione totalmente contraria gli attori di Mancini viaggiano verso uno struggente espressionismo. Un “Urlo di Munch” in movimento nel quale i personaggi vivono e tremano, vibrano e soffrono, amano e odiano con una straordinaria intensità, ipermoltiplicata dalla costante presenza del soprannaturale. Un vero e proprio circo degli orrori tra apparizioni di spettri, fantasmi che rappresentano le colpe e le angosce dell’animo umano e la presenza, forse reale o forse solo immaginaria, delle Tre Streghe, emissarie del Fato che incombe ineffabile, che è giustificazione e al tempo stesso ineluttabile sovrano delle sorti degli uomini. Le Sorelle Fatali, ispirate certamente alle Norne del mito norreno e alle Parche/Moire della tradizione greco-romana, sono infatti maestre di inganni, in questo adattamento sensuali monelle Kogal nei loro Sailor Fuku. Dividono Macbeth e Lady Macbeth così come la loro interpretazione ha diviso nel corso dei secoli spettatori, critici e intellettuali. Macbeth fa quello che esse gli dicono di fare? Oppure, più realisticamente, gli dei e gli spiriti si limitano semplicemente a prendere atto della volontà degli uomini e delle loro azioni? Nella sua follia sanguinaria Macbeth ha infatti solo il conforto del soprannaturale quando, recandosi dalle streghe per conoscere il proprio destino, ottiene come responso profezie solo in apparenza rassicuranti, in realtà molto enigmatiche. Ormai compromesso e dannato, il nostro “eroe tragico” vi si appiglia con convinzione ed affronta i nemici fino al momento in cui scopre il vero significato di quelle beffarde e oscure profezie. In scena 30 attori di un Master di quarto anno, in una danza macabra verso la dannazione, impegnati probabilmente nella prova più ardua dell’intero percorso di formazione S.M.O. Poiché in Macbeth tutto è esasperato, il male regna sovrano e i personaggi sono ambigui e complessi, gli attori devono reclutare ogni risorsa tecnica ed emotiva in loro possesso per restituire ai loro ruoli la profondità e la credibilità richiesta. Il lavoro di messa in scena giunge al termine di un impegnativo ed entusiasmante percorso, lungo un intero anno, nel quale si lavora all’allestimento dell’opera ma più in generale si approfondisce la poetica e il linguaggio del Bardo, attraverso lo studio ritmico di trochei, giambi e dattili affiancato all’analisi delle chiavi per interpretare le opere shakespeariane come monologhi interiori, macro-immagini e blid-side che sono solo alcune tra le più moderne ed evolute tecniche recitative che gli alunni del master dovranno padroneggiare. Scopo ultimo del laboratorio è quello di dotare gli attori di un proprio “canto” che renda fluido l’approccio psicofisico richiesto in ogni azione scenica. Demolendo l’erronea idea del corretto “suono classico”, al termine di questo Master gli attori saranno in grado perciò di affrontare con solidità ed ispirazione qualunque sfida attoriale odierna, poiché tra voice-off, jump-cut, under-acting e tempo emotivo, Shakespeare è il vero inventore della recitazione cinematografica. Il confronto con il Bardo nella Master Class S.M.O. resta quindi una prova dalla quale non ci si può esimere perché è un punto di arrivo e al contempo un punto di partenza per un nuovo e più consapevole sé attoriale.

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