


Blues in sedici
L’Indovino cieco, il padre, la madre, il figlio, Lisa, la Città, il Killer, il Teschio, questi i personaggi che cantano il dolore di una realtà ingombrante come la Storia, desolante come la Moda e feroce come l’assenza di Futuro. Con quest’opera Stefano Benni torna alla poesia e affida al ritmo del verso la percezione della fatiscenza sociale e morale, il brulicare di una rabbia senza nome, la volontà di vedere oltre la cecità e l’invisibilità, la necessità di un sacrificio e l’ostinazione della speranza. Contemplato con pietà ed orrore, il teatro della metropoli che uniforma emozioni e culture è ancora un teatro vivo che porge una sorta di ultima occasione: quella di ritrovare un senso al vuoto, al caos, alla violenza e al disincanto. La struttura di “Blues in sedici” è fatta di 8 personaggi che parlano in forma di monologo poetico per due volte: ognuno di loro vive la storia dal punto di vista della propria vita, e vive la vita dal punto di vista della propria storia. Lo spettacolo è tratto da una storia vera: negli anni 80 a Bologna un operaio disoccupato, per uno strano presentimento, si recò nella sala giochi frequentata dal figlio. Proprio in quel momento era in corso un regolamento di conti tra spacciatori. Il padre salvò la vita al figlio facendogli scudo con il corpo. Il suo sacrificio commosse a tal punto Stefano Benni da volergli dedicare questo struggente “Blues”. L’originale e toccante adattamento teatrale di Mancini parte dalle sedici poesie che costituiscono la struttura dell’opera ma la messa in scena e la continuità narrativa vengono costruite coralmente utilizzando la frammentazione del personaggio e la costruzione per quadri. In una piccola e toccante vicenda echeggia l’enormità dell’assoluto.










