


Amore e Psiche
Lo spettacolo, liberamente tratto dall’omonima favola di Apuleio, narra le vicende di Psiche, figlia minore di un re, che a causa della sua straordinaria bellezza, suscita l'invidia di Venere, la quale per vendicarsi ordina a suo figlio Cupido di farla innamorare dell'uomo più brutto della terra. Il giovane dio tuttavia, vedendola, se ne innamora perdutamente e la porta con sé in un castello. Alla fanciulla, che ignora l'identità del dio, è negata la vista dell'amato, pena l'immediata separazione da lui. Psiche però, istigata dalle sorelle invidiose, non resiste al divieto e spia Cupido mentre dorme: il giovane dio, bruciato dall’olio della lampada che l’amata teneva in mano mentre l'osservava, fugge per non far ritorno. Psiche lacerata dal dolore per la perdita di Cupido si consegna a Venere, sperando di placarne l'ira. La dea della bellezza pone le sue condizioni per il perdono: la fanciulla dovrà sottoporsi ad una serie di durissime prove, l'ultima, la più difficile, consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina un po' della sua bellezza con il divieto tassativo di non aprire per nessun motivo l’ampolla che le verrà consegnata. Psiche durante il ritorno dal regno dei morti viene vinta ancora una volta dalla sua curiosità e aprendo il vasetto cade a terra esanime, avvolta dal sonno mortale che in esso era contenuto. Cupido a questo punto interviene per salvare la sua amata pungendola con la punta di una delle sue frecce per farla risvegliare. Il racconto si conclude con le nozze dei due amanti e gli onori tributati a Psiche, innalzata al rango degli dei. A rendere la narrazione del mito ancora più affascinante e poetica è l’interpretazione affidata ai nostri più giovani attori. Nei panni di antichi eroi, divinità e personaggi fantastici, gli attori della classe junior riescono a raccontare con leggerezza e spensieratezza una favola che in realtà veicola un profondo significato allegorico: la storia dell’anima che deve superare mille difficoltà e sfide per unirsi ad Amore e raggiungere così la completezza e l’immortalità, rinunciando al proprio Ego. Questo adattamento teatrale infatti, pur integrando, creando e adattando la pièce al giovanissimo cast, tiene fede all’intento dell’autore di scrivere un grande romanzo di formazione. La favola di Apuleio infatti si estende per ben 63 capitoli all’interno del romanzo “Le Metamorfosi” e l’autore le affida una funzione ben più complessa di quella riservata alle altre novelle presenti nella raccolta: rappresentare il destino dell’anima (psiche dal greco “anima”) che per aver commesso peccato di hybris (tracotanza, superbia), tentando di penetrare un mistero che non le era consentito svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni e affanni d’ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi col dio. È la stessa sorte toccata a Lucio (protagonista delle Metamorfosi), che deve scontare la sua curiositas attraverso peripezie inaudite, prima che, purificato, possa tornare umano grazie all’intercessione della dea Iside.










