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Dracula

Questa versione teatrale di “Dracula”, tratta dall’ omonima opera di Bram Stoker, si inserisce nel genere in modo del tutto nuovo. Procede per quadri e per flash scenici, è teatrale ma rende omaggio alla più alta tradizione cinematografica. Dà nuove intenzioni e caratteri ai personaggi creati da Stoker, a tratti aderendo al romanzo ma al contempo rivedendo da nuove prospettive le personalità dei protagonisti, il tutto senza dimenticare le origini del mito: il Principe Vlad Tepesh l’Impalatore. Durante la visione si rimane francamente abbacinati dalla potenza della messa in scena e dall’equilibrio miracoloso che pone insieme frammenti ed echi di atmosfere che vanno da Polidori ed Herzog a James V. Hart e Fred Saberhagen. Fra le pieghe oscure del testo si possono infatti cogliere innumerevoli citazioni e rimandi, il cui compito è quello di imbrigliare gli spettatori in un’oscura ragnatela che si dipana dalle mondane atmosfere dei salotti della Londra Vittoriana e dei loro motteggi alle oscure terre Transilvane, dove tradizioni e leggende si fondono per dar vita alla più inquietante delle realtà. Il vero protagonista dell’opera è l’amore, oscuro, struggente e disperato, che attraversa gli oceani del tempo e sconfigge le tenebre della morte, abbracciando così la silente lettura metempsicotica della reincarnazione di Mina piuttosto che la sua predazione per vendetta, come la messa in scena ortodossa del romanzo imporrebbe. E’ teatro scenico ed iperbolico, teatro che chiede di trattenere il fiato, teatro che coinvolge in una sorta di afasia storica e drammatica e che una volta tornati con l’ossigeno in circolazione ci costringe a ripensare alla realtà percepita e agli imposti limiti che noi stessi le diamo.

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