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Natura morta in un fosso

“Natura morta in un fosso” è un poliziesco insolito ed irriverente, frutto della brillante creatività di Fausto Paravidino. A dare il via all’azione è l’omicidio di Elisa Orlando. Attorno al delitto si sviluppa l’intreccio delle indagini, degli interrogatori, delle testimonianze e delle ricostruzioni di una serie di personaggi che danno forma ai diversi ambienti di una non meglio identificata periferia metropolitana, disegnata con tratti tutt’altro che rassicuranti: sesso, droga, ricatti, disillusione e finto perbenismo. Il “discotecaro” che scopre il corpo di Elisa, sua madre, il suo fidanzato, uno spacciatore, una prostituta, un commissario e il suo vice, un poliziotto e un medico legale, questi i personaggi che si alternano e si affiancano sulla scena, imprimendo un’imprevedibile serie di svolte alle indagini. In questo inedito e memorabile allestimento la struttura monologhistica della stesura originale, grazie ad un’operazione di sceneggiatura e riscrittura davvero ispirata, si fa incredibilmente più viva e coinvolgente rendendo il racconto acceso e dinamico e facendo procedere la narrazione su tre piani. Ogni personaggio infatti è in continuo dialogo con sé stesso, con gli altri personaggi e con il pubblico, con cui interagisce attivamente, facendosi testimone della sua verità e offrendogli un tassello del suo punto di vista per completare il mosaico dell’omicidio di Elisa. Il linguaggio è frammentato ed elementare, concreto, spesso volgare ricordando le “four-letter words” di mametiana memoria che danno verità, verticalità e secchezza alla narrazione. Il pubblico fino alla fine è parte attiva nella risoluzione delle indagini, poichè reso costantemente partecipe degli stati d’animo e delle strategie dei personaggi e quini ne è diventato ormai innegabilmente complice. L’intento di “Natura morta in un fosso” però non si esaurisce con la soluzione del crimine, che passa quasi in secondo piano, ma va ben oltre, portando lo spettatore ad entrare nella psiche dei personaggi, a riflettere e a mettere in discussione svariati aspetti della quotidianità e delle proprie certezze. Anche il finale si discosta in maniera netta dagli esiti consolatori del giallo tradizionale, facendo di quest’opera un noir dai caratteri brutalmente autentici, lontano da ogni facile retorica o rassicurante moralismo. Mancini adatta la storia dalla carta al teatro in modo straordinario con il suo linguaggio registico fortemente cinematografico, dove la musica, sempre scelta con sapienza sorprendente, diventa struttura emozionale. La regia cura ogni personaggio con la profondità quasi “mistica” che a Mancini è stata sempre riconosciuta. Una nota di merito va inoltre alla creazione di personaggi ex novo e per i quali sono stati scritti ampi blocchi narrativi che bilanciano il racconto e lo portano dal “crime” tout-court alla più alta tradizione della commedia all’ italiana dove Mancini riesce sorprendentemente anche a farci ridere e farlo di gusto, sempre in equilibrio tra una lacrima e un sorriso.

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