


Natura morta in un fosso
“Mi rendo conto che è il primo giorno di quella che sarà una lunga lotta per non impazzire”. Sono infatti i primi giorni - o meglio le prime trentasei ore - dopo la scoperta del cadavere di una giovane ventenne quelli raccontati in “Natura morta in un fosso”. Il ritrovamento del corpo nudo in un fossato, l’identificazione della vittima, la corsa contro il tempo entro l’edizione serale del telegiornale di un commissario (Giampiero Mancini) e della sua squadra per risolvere uno di quei casi di omicidio che non vorresti mai dover affrontare. Uno di quei casi che si sentono sempre più spesso al telegiornale, tanto da farci quasi l’abitudine. Tanto quotidiano da costruirci intorno serie, film e spettacoli teatrali. Ma questa volta sul palco vedi il corpo nudo di Elisa portato via letteralmente nei sacchi morte e senti l’urlo straziante di sua madre Emanuela. Ed è allora che ti rendi conto di star assistendo ad una rappresentazione diversa dalle altre, che ti farà tornare a casa sentendo ancora un brivido lungo la schiena ed un senso di nausea. Perché l’adattamento teatrale di Mancini non porta in scena solo le indagini del suo Commissario Mancini e del suo impacciato aiuto napoletano Scognamiglio e del vicecommissario Di Paolo fedelissimo alle regole e al suo ideale poliziesco. Al loro fianco, soprattutto a quello del commissario, l’anatomopatologa Antonella Cristoforini che fa il suo ingresso su tacchi vertiginosi, cinica e distaccata, ma che tradisce il suo codice chiamando per nome la vittima. Mancini non porta sul palco solo un giallo ma dedica anche spazio a storie tanto diverse quanto comuni: quelle del pusher informatore che fa quasi tenerezza Veleno o della prostituta, magistrale nel raccontare la sua storia di inganni e sogni infranti simulando un rapporto sessuale e con un più che verosimile accento russo. Quella del pugile “Gipo”, pugile fidanzato di Elisa, che nel lungo monologo dell’interrogatorio potrebbe addirittura muovere a compassione il pubblico.
La scenografia è composta solo da un lenzuolo bianco, ma ricamato, che con luci colorate diventa una sorta di mosaico o mandala. Gli oggetti sono tutti simulati, fatta eccezione per un freddo tavolo operatorio che diventa una tavola colma di silenzi e per delle sedie che diventano una macchina.
Un involucro nudo e vuoto riempito da una storia incredibilmente vera. Perché questa storia non è solo un pugno nello stomaco. Lo stomaco te lo prende a calci fino ad ammazzarlo di botte. Così come è successo ad Elisa. Eppure in una storia di violenza, in cui “c’è chi nasce per vivere e chi nasce solo per morire”, c’è spazio anche per risate di cuore, che nascono non solo dalla tipizzazione di alcuni caratteri ma soprattutto dalle situazioni, dagli scambi fra i protagonisti. Perché in una realtà talmente difficile, bastano un panino inopportuno o un’eccessiva dimostrazione d’affetto per strappare un sorriso. Un umorismo che però entra pian piano, in modo quasi delicato e al contempo brusco, senza mai essere di troppo. In uno spettacolo in cui i volti sono molto spesso in penombra, quasi a diventare deformati e lontani, a diventare maschere, Giampiero Mancini padroneggia la scena con un personaggio a cui è impossibile non affezionarsi. Per quanto in realtà gli spettatori non sappiano quasi nulla di questo commissario così tanto uomo. Un uomo cinico ed empatico, tenero e schietto… e tutte le coppie di ossimori che possano venirvi in mente. Di questo commissario vestito completamente in nero, quel che si fa strada nella testa del pubblico è la voce. La voce di Mancini è profonda e decisa, dubitante e rassegnata. È arrabbiata e disperata. Ti entra dentro e non va via facilmente perché diventa la voce dei tuoi pensieri.
Recensione di Sara Panecassio










