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- Modulo 2 - SOLI | SMO Lab
Modulo 2 SOLI No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli. - Joseph Conrad Solo. Come chi resta quando tutti sono andati via. Solo, come si sta quando si è tra mille occhi e non con l’unica voce che in quelle mille voci meno solo ti farebbe sentire. Solo, come si rimane davanti alla scelta tra ciò che è giusto e ciò che facile. Soli, a terra dopo l’urto, a respirare solo polvere di stelle, esplose sopra di noi in cascata. In soli ci sono capriole di luci assonnate e sguardi d’ombra nella luce ambra. In soli c’è del vino rubino, come il sangue versato e come ciò che è proibito, cremisi, come le sue labbra che da sempre sono roba tua. Soli è un calice ricolmo di colpe da condividere, di incensi al cinnamomo tra fumi di ricordi e ricordi di occasioni in fumo, di lampi di baci perduti e fotografie mai ritrovate. Ci sono promesse da mantenere e parole da consacrare, anelli da nascondere. Ci sono profumi di cose che forse e odori acri di cose che ormai. In soli ci sono persone rotte, ci sono i non amati, c’è il coraggio della paura di essere “due”, c’è un luogo e un altro ancora, c’è una strada e mani che si sfiorano, c’è un bar e lacrime che si mischiano al latte di quel the, c’è una panchina e un oceano di solitudine tra la rugiada del parco che la ospita, c’è musica assordante e luci di una festa, e quello che ne resta: una testa mozzata in un paniere. C’è una partita e un hot dog, un cinema e popcorn. Complicità inopportuna, luoghi assolati pieni di niente, c’è un letto sfatto e il sogno di dormirci abbracciati, c’è una pistola e una grata disegnata a terra dalla sbarre. Ci sono ovunque graffi sull’anima. Ci siamo noi. Davvero solo noi. L’accesso al Modulo 2 è consentito previo superamento del Modulo 1. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- Modulo 17 - CREPE | SMO Lab
Modulo 17 CREPE Ci è più di conforto ritenere che siamo una piccola evoluzione della scimmia, che un tale decadimento degli angeli. - Finley Peter Dunne Ora anche le parole crepano senza dire una sola parola, crepano sotto il giogo di troppe parole crepate dal peso della tua assenza. È l’apocalisse! Crepano i cuori di crepacuore per le ennesime speranze infrante. Ogni cosa ha danzato la sua scarlatta fine, in un futuro senza gente. In quel futuro remoto ho visto il mio mondo morente affogare in un mare di sangue infetto. Inetto! Avrei dovuto far meglio il mio lavoro, farlo ad est e ad ovest, a nord e a sud. Angeli caduti defecano nel buio, i rettili escono dalle crepe nei muri, gli incubi si svegliano ed escono dalle crepe della notte. Crepo nel letto fissando il futuro. Un futuro già passato, dove crepano uomini e donne, bambini e animali. E resto qui crocifisso a fissare il soffitto in un lungo interminabile brivido. L’alba sorge su un cielo già malato che da tempo ha finito il suo turno e ha smontato. L’allestimento è finito, il sole di cartone giace imballato, stinto il fondale dipinto, luci non ce ne sono in questa crepa di tenebra dove tutto si è arreso. Tra le crepe del mio cuore si nasconde una scimmia impazzita che di notte strappa e lacera. Il suo maledetto urlo ogni notte mi sveglia. L'accesso al Modulo 17 è consentito previo superamento del Modulo 16. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- NATURA MORTA IN UN FOSSO | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Natura morta in un fosso “Mi rendo conto che è il primo giorno di quella che sarà una lunga lotta per non impazzire”. Sono infatti i primi giorni - o meglio le prime trentasei ore - dopo la scoperta del cadavere di una giovane ventenne quelli raccontati in “Natura morta in un fosso”. Il ritrovamento del corpo nudo in un fossato, l’identificazione della vittima, la corsa contro il tempo entro l’edizione serale del telegiornale di un commissario (Giampiero Mancini) e della sua squadra per risolvere uno di quei casi di omicidio che non vorresti mai dover affrontare. Uno di quei casi che si sentono sempre più spesso al telegiornale, tanto da farci quasi l’abitudine. Tanto quotidiano da costruirci intorno serie, film e spettacoli teatrali. Ma questa volta sul palco vedi il corpo nudo di Elisa portato via letteralmente nei sacchi morte e senti l’urlo straziante di sua madre Emanuela. Ed è allora che ti rendi conto di star assistendo ad una rappresentazione diversa dalle altre, che ti farà tornare a casa sentendo ancora un brivido lungo la schiena ed un senso di nausea. Perché l’adattamento teatrale di Mancini non porta in scena solo le indagini del suo Commissario Mancini e del suo impacciato aiuto napoletano Scognamiglio e del vicecommissario Di Paolo fedelissimo alle regole e al suo ideale poliziesco. Al loro fianco, soprattutto a quello del commissario, l’anatomopatologa Antonella Cristoforini che fa il suo ingresso su tacchi vertiginosi, cinica e distaccata, ma che tradisce il suo codice chiamando per nome la vittima. Mancini non porta sul palco solo un giallo ma dedica anche spazio a storie tanto diverse quanto comuni: quelle del pusher informatore che fa quasi tenerezza Veleno o della prostituta, magistrale nel raccontare la sua storia di inganni e sogni infranti simulando un rapporto sessuale e con un più che verosimile accento russo. Quella del pugile “Gipo”, pugile fidanzato di Elisa, che nel lungo monologo dell’interrogatorio potrebbe addirittura muovere a compassione il pubblico. La scenografia è composta solo da un lenzuolo bianco, ma ricamato, che con luci colorate diventa una sorta di mosaico o mandala. Gli oggetti sono tutti simulati, fatta eccezione per un freddo tavolo operatorio che diventa una tavola colma di silenzi e per delle sedie che diventano una macchina. Un involucro nudo e vuoto riempito da una storia incredibilmente vera. Perché questa storia non è solo un pugno nello stomaco. Lo stomaco te lo prende a calci fino ad ammazzarlo di botte. Così come è successo ad Elisa. Eppure in una storia di violenza, in cui “c’è chi nasce per vivere e chi nasce solo per morire”, c’è spazio anche per risate di cuore, che nascono non solo dalla tipizzazione di alcuni caratteri ma soprattutto dalle situazioni, dagli scambi fra i protagonisti. Perché in una realtà talmente difficile, bastano un panino inopportuno o un’eccessiva dimostrazione d’affetto per strappare un sorriso. Un umorismo che però entra pian piano, in modo quasi delicato e al contempo brusco, senza mai essere di troppo. In uno spettacolo in cui i volti sono molto spesso in penombra, quasi a diventare deformati e lontani, a diventare maschere, Giampiero Mancini padroneggia la scena con un personaggio a cui è impossibile non affezionarsi. Per quanto in realtà gli spettatori non sappiano quasi nulla di questo commissario così tanto uomo. Un uomo cinico ed empatico, tenero e schietto… e tutte le coppie di ossimori che possano venirvi in mente. Di questo commissario vestito completamente in nero, quel che si fa strada nella testa del pubblico è la voce. La voce di Mancini è profonda e decisa, dubitante e rassegnata. È arrabbiata e disperata. Ti entra dentro e non va via facilmente perché diventa la voce dei tuoi pensieri. Recensione di Sara Panecassio DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- AMORE E PSICHE | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Amore e Psiche Lo spettacolo, liberamente tratto dall’omonima favola di Apuleio, narra le vicende di Psiche, figlia minore di un re, che a causa della sua straordinaria bellezza, suscita l'invidia di Venere, la quale per vendicarsi ordina a suo figlio Cupido di farla innamorare dell'uomo più brutto della terra. Il giovane dio tuttavia, vedendola, se ne innamora perdutamente e la porta con sé in un castello. Alla fanciulla, che ignora l'identità del dio, è negata la vista dell'amato, pena l'immediata separazione da lui. Psiche però, istigata dalle sorelle invidiose, non resiste al divieto e spia Cupido mentre dorme: il giovane dio, bruciato dall’olio della lampada che l’amata teneva in mano mentre l'osservava, fugge per non far ritorno. Psiche lacerata dal dolore per la perdita di Cupido si consegna a Venere, sperando di placarne l'ira. La dea della bellezza pone le sue condizioni per il perdono: la fanciulla dovrà sottoporsi ad una serie di durissime prove, l'ultima, la più difficile, consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina un po' della sua bellezza con il divieto tassativo di non aprire per nessun motivo l’ampolla che le verrà consegnata. Psiche durante il ritorno dal regno dei morti viene vinta ancora una volta dalla sua curiosità e aprendo il vasetto cade a terra esanime, avvolta dal sonno mortale che in esso era contenuto. Cupido a questo punto interviene per salvare la sua amata pungendola con la punta di una delle sue frecce per farla risvegliare. Il racconto si conclude con le nozze dei due amanti e gli onori tributati a Psiche, innalzata al rango degli dei. A rendere la narrazione del mito ancora più affascinante e poetica è l’interpretazione affidata ai nostri più giovani attori. Nei panni di antichi eroi, divinità e personaggi fantastici, gli attori della classe junior riescono a raccontare con leggerezza e spensieratezza una favola che in realtà veicola un profondo significato allegorico: la storia dell’anima che deve superare mille difficoltà e sfide per unirsi ad Amore e raggiungere così la completezza e l’immortalità, rinunciando al proprio Ego. Questo adattamento teatrale infatti, pur integrando, creando e adattando la pièce al giovanissimo cast, tiene fede all’intento dell’autore di scrivere un grande romanzo di formazione. La favola di Apuleio infatti si estende per ben 63 capitoli all’interno del romanzo “Le Metamorfosi” e l’autore le affida una funzione ben più complessa di quella riservata alle altre novelle presenti nella raccolta: rappresentare il destino dell’anima (psiche dal greco “anima”) che per aver commesso peccato di hybris (tracotanza, superbia), tentando di penetrare un mistero che non le era consentito svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni e affanni d’ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi col dio. È la stessa sorte toccata a Lucio (protagonista delle Metamorfosi ), che deve scontare la sua curiositas attraverso peripezie inaudite, prima che, purificato, possa tornare umano grazie all’intercessione della dea Iside. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- LA CANZONE DI HADEEL | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini La canzone di Hadeel “La canzone di Hadeel”, da cui lo spettacolo prende il nome, è una struggente poesia della libanese Hanan Ashrawi che descrive attraverso gli occhi di una bambina le sofferenze del popolo palestinese. Il punto di vista di una giovane fanciulla di fronte agli orrori della guerra ha mosso la scelta di affidare proprio a dei giovani attori la “mise en espace” di alcune tra le più commoventi poesie contro le guerre. Una lunga scia di sangue che unisce tempo, spazio e popoli: l’Argentina dei generali con i suoi desaparecidos, la guerra civile spagnola con l’ascesa di Franco, le atrocità dell’Olocausto in Germania e Praga con la sua primavera. Gli autori di questa toccante galleria si fanno coraggiosi portavoce e testimoni partecipi, da Neruda con la furiosa “I nemici” e la nostalgica “Explico algunas cosas!” a Joyce Lussu, sua la straziante “C’è un paio di scarpette rosse”, da Bertold Brecht, presente con la monumentale “La moglie ebrea” e l’ironica “Avevo un fratello aviatore”, a Khaled Fouad Allam autore della lucida e straordinaria “Lettera ad un Kamikaze”, passando per la sarcastica “Ninna nanna della guerra” di Trilussa e la Sarayevo in fiamme di J. Toby in “Pasqua 1999”, fino alla speranzosa “Scatola dei colori” di Tail Shurek. La coesione e la continuità stilistico-narrativa dell’allestimento è garantita da “quadri” tematici che accordano, in un sol canto, voci diverse, così lontane eppure così vicine. La tecnica della frantumazione dei personaggi, permette di dare luce a “suite” corali e l’allestimento “multimediale” facilita la strada verso i cuori e le menti degli spettatori, stimolati quindi da parole, suoni, musiche ed anche immagini. Un video wall con proiezioni manda sapienti montaggi tematici della scena affrontata per aiutare a completare la fruizione e l’immersione nello spettacolo. Attraverso la poesia, il lavoro di gruppo e la condivisione delle esperienze con i propri compagni, i nostri giovani attori affrontano l’impegno di un teatro civile che smuove le coscienze e forse restituisce all’arte uno dei suoi principali scopi: permettere agli spettatori e agli attori di mettersi in contatto con temi universali. In questo caso la sofferenza, la guerra, ma soprattutto l’importanza della pace, perchè il teatro è canto e discanto delle umane esperienze, che lega in un unico afflato tutti gli uomini. La Canzone di Hadeel è uno spettacolo forte come la più dolce delle carezze sul cuore. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- GANGSTERINI | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Gangsterini Bulletti e pupette sono i protagonisti dello spettacolo scritto appositamente per l’ultimo anno del percorso triennale delle classi junior. La storia prende spunto dal geniale “Piccoli Gangster” di Alan Parker del 1976 con una giovanissima Jodie Foster. I nostri piccoli “grandi” attori infatti verranno scaraventati nella Chicago del proibizionismo dei “Ruggenti anni 20”, tra paillettes e guerre tra clan, quella tra i Lo Sciccoso e i fratelli Sam e John La Provola. In mezzo, come sempre, il furbo Bugsy Malone (richiamo al famigerato Bugsy Siegel), personaggio da sempre al di fuori delle faide, corteggiato dai boss per la sua saggezza e la sua imparzialità e dalle ragazze per la simpatia e l’avvenenza. Un’appassionante storia di genere resa incredibilmente divertente dal fatto che viene interpretata da giovanissimi attori. Un complesso viaggio, tra canto e danza, che si snoda dalle fumose nebbie del “noir” alle luci sfavillanti del Cotton Club e della sua eccentrica direttrice, la perfida “Mama”. Tra ampi sorsi di latte bevuto come whiskey e liquirizie al posto dei sigari cubani i nostri giovanissimi eroi giocheranno a fare i gangster. Anzi i Gansterini! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- Actors studio | SMO Lab
Actors Studio Gli Actors studio sono le classi d’elite dei laboratori SMO. La loro frequentazione è aperta esclusivamente agli attori diplomati allo S.M.O. o ai diplomandi del quarto anno Master, che abbiano completato parallelamente almeno un biennio del percorso triennale di recitazione cinematografica. In genere le classi vengono aperte ogni tre anni. Negli Actors studio si lavora principalmente sugli acting privilegiando scene di coppia di qualunque tipo o rapporto. Gli acting sono selezionati dai trainer, attingendo dalle più moderne e attuali produzioni cinematografiche o teatrali, ma sovente si lavora anche su scene proposte direttamente dai partecipanti. Questo avviene, generalmente, in base agli impegni di lavoro degli attori frequentanti (provini o scene da girare). Gli Actors studio infatti sono una palestra permanente dedicata ad attori formati, che hanno intrapreso o stanno per intraprendere, un percorso professionale e che hanno bisogno di monitorare costantemente i loro progressi. Vengono per questo affrontate problematiche “attoriali”, perfezionando il processo di “naturalizzazione” e utilizzando tutto ciò che si è appreso negli anni di laboratorio. Gli ingaggi delle scene sono complessi, il lavoro mnemonico impegnativo (la memoria va allenata come qualunque altro muscolo), tutte le tecniche devono essere a portata di mano dei frequentanti che possono così sceglierle in base alla necessità, così come si sceglie una cravatta. Metodo Cechov, Sistema Stanislavskij, Straniamento Brechtiano, tagli, urgenze, analisi delle scene, grammatica testuale, etc… Il bagaglio fondamentale di ogni attore nella sua interezza e completezza; tutto ciò che serve, quando serve, nella misura in cui serve. La classe di Actors studio è l’ultimo livello, il più duro, è un banco di prova costante nel quale la crescita in termini di reattività, problem solving, interazione con il partner e velocità di accesso alle emozioni non ha eguali. Questo grazie ad acting e simulazioni per la riduzione dei tempi di reazione, un check costante su psicotecnica e memorie emotive per continuare lavorare su sé stessi, una profonda analisi testuale e la scelta degli strumenti più idonei per affrontare il lavoro. La crescita professionale è esponenziale ed è garantita da un feroce e spietato lavoro mirato ai processi creativi e improvvisativi. In qualunque ambito professionale, una volta formati, non si dovrebbe smettere di studiare, che sia per mantenere inalterate le proprie capacità tecniche o, come dovrebbe essere più indicato, per continuare a migliorare. Quindi come per gli atleti, con le loro discipline o i musicisti, con il loro strumento, gli attori devono quotidianamente esercitarsi. Un attore studia tutta la vita perché fortunatamente la sua carriera non termina ad un età prestabilita e ci sono sempre ruoli per ogni età. La recitazione è una disciplina che va mantenuta “fluida”, per farlo deve essere praticata costantemente, evitando così i processi di atrofia emotiva e irrigidimento psico-fisico che renderebbero più difficoltosi gli obiettivi di naturalizzazione e semplificazione. Recitare con semplicità infatti è una cosa molto complessa e la naturalezza espressiva si raggiunge solo al termine di un lungo e delicato percorso di destrutturazione. Gli Actors studio mantengono gli attori autentici e veri, facendo rinnovare quotidianamente il patto di fiducia inscindibile tra loro e il “vero”. È la verità infatti che un attore deve essere capace di cogliere e offrire in dono a sè stesso e agli altri, in un processo catartico in cui la propria “ferita” deve essere sempre stimolata e accessibile, perché Il recitare non ha davvero nulla a che fare con il fingere! CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- Modulo 11 - ALI | SMO Lab
Modulo 11 ALI Ci sono abissi che l’amore non può superare, nonostante la forza delle sue ali. - Honorè de Balzac Poveri noi. Coi nostri cuori crocifissi in gabbia. Poveri i nostri magri pettirossi seppelliti nella sabbia. Poveri becchi cuciti ad impedirne il canto. Poveri canti, alle lingue legati da mordacci di cuoio per non farci danzare. Povere danze anch’esse magre in questi tempi di ferro. Povero tempo, che contro ci hai giocato. Poveri giochi che da noi non potranno esser giocati. Poveri noi, davvero, con le ali inchiodate.Povere piume da quelle ali strappate, intinte nel nostro sangue versato.Povero sangue,solo questo rimane per graffiare un messaggio per chi verrà a viverlo, questo ora inabitabile. Povero amore come me vissuto e morto in un battito d’ali. Ali per fuggire al di là della gabbia della notte. Povera notte, che non ci lascia dormire se non abbracciati. Poveri angeli che a farlo non ci hanno mai insegnato, poveri i diavoli che almeno ci hanno provato. Povere albe che attendiamo disperati. Povera disperazione senza neanche più fiato, che neanche più soffre tanto il dolore versato. Povero dolore di cui mi hai chiesto se ne fossi guarito. No. Non lo sono. Brucio dalla febbre delle isole, brucio nel blu tenebra del colore proibito e ne muoio qui, un pò ogni giorno di più e non guarirò. Mai. Neanche da morto. Povera morte. Solo una ciocca dei tuoi capelli strappati mi rimane nelle mani, anch’esse morte e scavate. Un cirro che soffiando affido al vento affinchè gli metta le ali e lo porti lontano. Verso il tuo domani che non mi apparriene. Volaci le ali, che almeno ti ho donato, in quei cieli tersi che con te avrei per sempre solcato. Si. Vola tu con loro dove io con te avrei abitato. Addio.愛. Sayonara. L’accesso al Modulo 11 è consentito previo superamento del Modulo 10. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- BLUES IN 16 | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Blues in sedici L’Indovino cieco, il padre, la madre, il figlio, Lisa, la Città, il Killer, il Teschio, questi i personaggi che cantano il dolore di una realtà ingombrante come la Storia, desolante come la Moda e feroce come l’assenza di Futuro. Con quest’opera Stefano Benni torna alla poesia e affida al ritmo del verso la percezione della fatiscenza sociale e morale, il brulicare di una rabbia senza nome, la volontà di vedere oltre la cecità e l’invisibilità, la necessità di un sacrificio e l’ostinazione della speranza. Contemplato con pietà ed orrore, il teatro della metropoli che uniforma emozioni e culture è ancora un teatro vivo che porge una sorta di ultima occasione: quella di ritrovare un senso al vuoto, al caos, alla violenza e al disincanto. La struttura di “Blues in sedici” è fatta di 8 personaggi che parlano in forma di monologo poetico per due volte: ognuno di loro vive la storia dal punto di vista della propria vita, e vive la vita dal punto di vista della propria storia. Lo spettacolo è tratto da una storia vera: negli anni 80 a Bologna un operaio disoccupato, per uno strano presentimento, si recò nella sala giochi frequentata dal figlio. Proprio in quel momento era in corso un regolamento di conti tra spacciatori. Il padre salvò la vita al figlio facendogli scudo con il corpo. Il suo sacrificio commosse a tal punto Stefano Benni da volergli dedicare questo struggente “Blues”. L’originale e toccante adattamento teatrale di Mancini parte dalle sedici poesie che costituiscono la struttura dell’opera ma la messa in scena e la continuità narrativa vengono costruite coralmente utilizzando la frammentazione del personaggio e la costruzione per quadri. In una piccola e toccante vicenda echeggia l’enormità dell’assoluto. DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- Modulo 6 - TEMPO | SMO Lab
Modulo 6 TEMPO Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai. Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi. - Mathias Malzieu C’è stato un tempo del nostro tempo in cui ho implorato la luna per una scintilla della sua algida luce per portartela in dono. Salii nottetempo, trovando appigli nelle stelle e le sussurrai che era per te. L’unica che io abbia cantato, l’unica che abbia davvero contato e che sempre ha fatto nel mio cuore il buono e il cattivo tempo. Ricordi? Tornai in tempo, poco prima dell’alba, per lasciartela sul cuscino, appena un attimo prima del risveglio dal tuo sonno porcino, poi scrissi sul tuo specchio incantato: “Proteggilo questo bagliore, se devi, persino con le lame che ti ho insegnato ad usare. Nascondila fin che puoi perché appena te lo vedranno brillare negli occhi verranno di notte, verranno con torce e forconi a chiedertene dazio, a volerlo per loro, bruciando ogni cosa. Verranno di notte, li vedrai dal balcone di casa, verrano a fartela pagare, quella tua volgare sguaiata felicità. Verranno anzitempo, ancora prima che tu te ne accorga, quindi non perdere tempo. Metti al sicuro quello che conta, questa scintilla, le nostre lettere scritte col sangue. Col tuo, che ho bevuto insieme ai tuoi baci in uno squallido motel. Col mio, quando ne hai dato di nuovo alle mie lacere carni di poeta. Metti in salvo i souvenir del nostro amore bandito. Perché arriverà il momento in cui lo manderanno a morire, come il caduto, con le sue schiere celesti intorno. Colpevole anche lui di non essersi inchinato al destino.” Ora quel tempo tanto temuto è arrivato e non c’è più tempo, per dirti quello che avrei dovuto e fare quello che avrei potuto. Crocifisso al muro, incapace di intendere e di volare, sono morto sotto il temporale nella città che vedi prima di morire. La vera tragedia è che di tempo ora ne avrei da vendere, per camminare con te ogni strada del mondo e darti millemila baci su ogni ponte. Ora che ne avrei di tempo, anche da perdere, per fare e disfare ogni notte l’inventario dei tuoi respiri, sperando in un tempo da lupi per stringerti ancora più forte. Ora nel tuo cuore cannibale ho fatto il mio tempo. Ho fatto di te la regina assente del mio regno in rovina, dove in questi tempi bui ammazzo il tempo cacciando mostri che ammazzano bimbi, e più passa il tempo e più lo faccio a tempo pieno. Non mi cercherai, ma sei lo facessi chiedi nella brughiera, mi chiamano Venator. L’accesso al Modulo 6 è consentito previo superamento del Modulo 5. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- Modulo 12 - CARNE | SMO Lab
Modulo 12 CARNE Ho scoperto che il corpo sa cose che la testa non sa ancora. - Jaques Le Coq Questa mia carne è tua. Nutritene perchè è tua. Perchè è carne consacrata, fibra tremula tra le tue mani inabitabili. Bruciala, perchè ti scaldi quando algido ruggisce il gelo. Ardila sul braciere dei tuoi neri occhi immemori. Ascoltala, perchè urla nel silenzio di piccole cortesie, nell’immensità di piccolissime dolcezze invisibili, per noi tanto importanti. Usala perchè ti appartiene. E’ lingua crocifissa per il tuo solo vanitoso sollazzo. Per la tua fulgida gloria segreta. Per leggere queste parole nel buio di lunghe notti senza riposo. Percuotila, forte, con le caviglie maestose da puledra, se credi che stia usando vecchie parole per nuove promesse. Lacerala, come e quando vuoi, perchè è tua. Perchè è cuore consacrato dai tuoi baci che sanno di vino divino, dalla voce del tuo perenne e sordo silenzio tigrato. Affogala, se diviene un peso, perchè è ancora d’acciaio e giace ferma nel suo restare immobile con i pori spalancati solo su di te. Umiliala. Graffiala. Usala per darti piacere, estasi o dolore perchè è carne da cannone, sotto il giogo dei tuoi mille giochi e così lo sarà fino alla sua polvere. Oppure sposta il veleno che oscura le tue vesti e offusca i tuoi desideri e amala con semplicità, come solo tu, complicata dalla tua discendenza celesta, sai essere. Ma amala piano, senza far troppo rumore, in questo tremore di alberi, perchè è carne consacrata. In segreto per sempre a te. Amala sempre, perché anche se non sappiamo cosa farne, siamo carne della nostra carne. L’accesso al Modulo 12 è consentito previo superamento del Modulo 11. CONTATTACI SUBITO! DIVENTA CIÒ CHE SEI!
- MACBETH | SMO Lab
Glauco - di Ercole Luigi Morselli. Regia e adattamento Giampiero Mancini Macbeth Macbeth (titolo completo The Tragedy of Macbeth) è tra i più conosciuti e citati drammi di Shakespeare, indicato unanimamente dalla critica come il suo lavoro più complesso e sfaccettato. Frequentemente rappresentata e riadattata nel corso dei secoli, la “Tragedia Scozzese”, per la cui trama Shakespeare si ispirò liberamente al resoconto storico sul re Macbeth di Scozia di Raphael Holinshed, è divenuta archetipo “par excellence” della brama di potere e dei suoi pericoli. Tuttavia questa definizione, universalmente riconosciuta, è estremamente riduttiva, date le implicazioni analitiche legate al rapporto osmotico tra Macbeth e sua moglie Lady Macbeth e le ampissime ripercussioni di natura filosofica sui temi dell’azione, della volontà e del potere. Tematiche presenti e sviluppate anche in altri personaggi, come ad esempio in Malcolm, il giovane figlio del Re Duncan. Legati da un rapporto tossico che li rende senza nessun dubbio due fra le più riuscite caratterizzazioni shakespeariane, Macbeth e sua moglie Lady Macbeth sprofonderanno in un gorgo inesorabile di errori ed orrori. Lady Macbeth, personificazione stessa del male, è animata da grande ambizione e sete di potere: è lei a convincere il marito, spesso indeciso, a commettere il regicidio, ma non riuscirà poi a sopportare la deriva di ambizione dello stesso consorte, arrivando alla follia. Macbeth d’altro canto perderà gradualmente ogni contatto con la realtà e a causa dell’efferatezza, a volte insensata, delle sue azioni andrà incontro ad una lenta e struggente disumanizzazione. Una fitta e stregata nebbia di non-detto inoltre avvolge il passato della coppia infernale: l’assenza di eredi, un figlio morto probabilmente ancora in fasce e desideri di potere sottaciuti che a volte riecheggiano come “pensieri dimenticati”. Queste ombre e molti altri misteri aleggiano tuttora attorno alla tragedia per complicare un quadro che l’autore vuole confuso e frammentario tanto da non chiarire neanche la causa della morte della sua protagonista femminile: suicida o uccisa? Per Shakespeare è sufficiente solo un lapidario “Mio signore la regina è morta!”. Costituita da solo cinque atti, è la più breve delle tragedie di Shakespeare ma sicuramente quella con la dilatazione temporale più lenta e angosciante, tanto è tetra e quasi apocalittica. Giampiero Mancini la traspone magistralmente in una Tokyo decadente e violenta con un impianto registico davvero poderoso che trasuda sangue e oscuri presagi, tra colpi di katane, kimoni danzanti e codici d’onore Yakuza. I sentimenti che legano padri e figli, mariti e mogli, amici e nemici sono rovelli silenti che si sposano perfettamente con l’ambientazione nipponica adottata anche nella trasposizione di Kurosawa “Il trono di sangue” (titolo originario “Kumonosu-jo” letteralmente “Il castello del ragno”). Kurosawa tuttavia riprende solo la trama riscrivendo completamente il testo e collocandolo nel Giappone feudale degli Shogun. Mancini sceglie invece un approccio ortodosso, adottando in maniera rigorosa il testo originale, senza minimante alterare il materiale shakespeariano ma soltanto attualizzando la messa in scena adattandola alla Tokyo odierna. La recitazione degli interpreti di Kurosawa inoltre è impostata dichiaratamente su toni appartenenti al teatro del No. Maschere impassibili, che non lasciano trasparire i loro sentimenti anzi, che trasmettono l’impressione di non averne o di averli deliberatamente soppressi, implodendo in un’atrofia emotiva. In direzione totalmente contraria gli attori di Mancini viaggiano verso uno struggente espressionismo. Un “Urlo di Munch” in movimento nel quale i personaggi vivono e tremano, vibrano e soffrono, amano e odiano con una straordinaria intensità, ipermoltiplicata dalla costante presenza del soprannaturale. Un vero e proprio circo degli orrori tra apparizioni di spettri, fantasmi che rappresentano le colpe e le angosce dell’animo umano e la presenza, forse reale o forse solo immaginaria, delle Tre Streghe, emissarie del Fato che incombe ineffabile, che è giustificazione e al tempo stesso ineluttabile sovrano delle sorti degli uomini. Le Sorelle Fatali, ispirate certamente alle Norne del mito norreno e alle Parche/Moire della tradizione greco-romana, sono infatti maestre di inganni, in questo adattamento sensuali monelle Kogal nei loro Sailor Fuku. Dividono Macbeth e Lady Macbeth così come la loro interpretazione ha diviso nel corso dei secoli spettatori, critici e intellettuali. Macbeth fa quello che esse gli dicono di fare? Oppure, più realisticamente, gli dei e gli spiriti si limitano semplicemente a prendere atto della volontà degli uomini e delle loro azioni? Nella sua follia sanguinaria Macbeth ha infatti solo il conforto del soprannaturale quando, recandosi dalle streghe per conoscere il proprio destino, ottiene come responso profezie solo in apparenza rassicuranti, in realtà molto enigmatiche. Ormai compromesso e dannato, il nostro “eroe tragico” vi si appiglia con convinzione ed affronta i nemici fino al momento in cui scopre il vero significato di quelle beffarde e oscure profezie. In scena 30 attori di un Master di quarto anno, in una danza macabra verso la dannazione, impegnati probabilmente nella prova più ardua dell’intero percorso di formazione S.M.O. Poiché in Macbeth tutto è esasperato, il male regna sovrano e i personaggi sono ambigui e complessi, gli attori devono reclutare ogni risorsa tecnica ed emotiva in loro possesso per restituire ai loro ruoli la profondità e la credibilità richiesta. Il lavoro di messa in scena giunge al termine di un impegnativo ed entusiasmante percorso, lungo un intero anno, nel quale si lavora all’allestimento dell’opera ma più in generale si approfondisce la poetica e il linguaggio del Bardo, attraverso lo studio ritmico di trochei, giambi e dattili affiancato all’analisi delle chiavi per interpretare le opere shakespeariane come monologhi interiori, macro-immagini e blid-side che sono solo alcune tra le più moderne ed evolute tecniche recitative che gli alunni del master dovranno padroneggiare. Scopo ultimo del laboratorio è quello di dotare gli attori di un proprio “canto” che renda fluido l’approccio psicofisico richiesto in ogni azione scenica. Demolendo l’erronea idea del corretto “suono classico”, al termine di questo Master gli attori saranno in grado perciò di affrontare con solidità ed ispirazione qualunque sfida attoriale odierna, poiché tra voice-off, jump-cut, under-acting e tempo emotivo, Shakespeare è il vero inventore della recitazione cinematografica. Il confronto con il Bardo nella Master Class S.M.O. resta quindi una prova dalla quale non ci si può esimere perché è un punto di arrivo e al contempo un punto di partenza per un nuovo e più consapevole sé attoriale. DIVENTA CIÒ CHE SEI!

