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Glauco

"La meglio gioventù"
recensione di Matteo Giardini

In teatro le didascalie non interessano nessuno, tranne agli interpreti. Per il poeta Gianni D’ Elia, quelle di E. L. Morselli sono ineguagliabili. Quando si è aperto il sipario su “Glauco”, dopo decenni che non veniva rappresentato, un gruppo di giovani seminudi e bellissimi ha cominciato ad urlare al vento: “Una secca scogliera bianca. Un gran mare nero che sospira leccandole i fianchi. Un cielo fitto di stelle che guarda ammiccando…”. Brividi sono corsi nel midollo spinale di un intero teatro gremito e seduto, catapultato in un decollo non meno audace del viaggio che è iscritto nel capolavoro di Morselli. Si trattava di recuperare un testo mitico che parla del mito di Glauco e di Scilla, consacrato da storiche rappresentazioni ma anche da un misterioso silenzio che gli grava addosso da quando lo Scrittore, facile a identificarsi con Glauco, gli affida nel 1919 la sua speranza di vivere oltre i 39 granelli di vita che ballano nella clessidra. Un testo testamento di un’intera generazione che accorre alla prima romana, per riconoscersi e solidarizzare al fallimento del messaggio epico: veramente gli eroi non esistono e l’unica forma di eroismo è il combattimento quotidiano. S’infila nella cultura italiana un’altra musica: la scontentezza. E la protesta giovanile, a cui abbiamo dato molte patenti e sviluppi, pochi saprebbero farla risalire all’armonica a bocca di Morselli, alla gioventù spezzata. Quando il regista Giampiero Mancini conduce i suoi attori dello Smo Lab nel master class morselliano, non gli può sfuggire la residenza abruzzese e questa alternativa a D’Annunzio. Di Atri è poi l’imperatore Adriano della Yourcenar: quella disillusione cosmica e maschile sulla presunta divinità. Le risorse di questo allestimento, fasciato nell’impatto acustico e visivo da concerto rock, sono tutte in funzione anti-eroica: la povertà materiale, i sogni e bisogni di una vita proletaria (più che pastorale), l’eros senza specchi o monumenti che è l’amore fisico, carnale. Se è “tragedia” è il dramma di vivere alla periferia dei poteri, l’unico spettacolo sono le albe e i tramonti negati agli occhi di chi suda, la sessualità è l’unica tregua, i corpi nudi l’unica giustizia dato il travestimento del danaro. La vicenda di Glauco aspirante dio che lascia Scilla al paese per tornarci ricco e immortale (salvo ritrovarla suicida e legarsi al cadavere di lei nel mare, da cui l’alternativo lamento fra Scilla e Cariddi), nella regia visionaria di Mancini perde ogni vocalizzo e rivela un Morselli impensabile. Quello che è già: un testo esistenziale. Pasoliniano. Le Sirene che tentano Glauco alla fuga e alla masturbazione non sono creature leggendarie ma presenze organiche: tornano e torneranno coi liquidi. Gli uomini ridotti in bestie da Circe sono i rispettabili mariti che a casa giurano fedeltà coniugale. La disputa fra Glauco e i compagni non avviene più con le asce dell’impero ma con gli zigomi sporchi di sangue. Il bacio che fa immortali, estorto da Glauco a Circe, è una mèta del turismo sessuale. E, indimenticabile, quando Glauco allibisce alla pazzia di Scilla di rubare l’indispensabile per farlo partire, la meravigliosa frase “… Io non sapevo che si potesse amare un sogno più di una persona viva…” è un amplesso in piena regola, sulla sabbia. Si dovrà dire di questo Glauco dai panni succinti che vive la scena con un transfert capace di sgretolarne la mole e restituirne l’esatta normalità. Tutto il cast ha precisioni feline, specie nelle scene corali. Svetta con un profilo a tutto tondo il ruolo di Forchis che agisce la parte dell’aguzzino-padre di Scilla con una mela rossa in mano, ed è un’altra nota squillante dello spettacolo. Quando la coppia Glauco/Scilla impercettibilmente cade in mare è come se tutta l’ingombrante divinità lasciasse il pianeta libero di respirare. Morte e rigenerazione sono a portata di mano. Arte è ciò che rimane, dopo i monumenti. “… Glauco, che t’è accaduto? Forse come a quel fanciullo che per prendere la luna cadde dall’albero? Credevi davvero che fosse così facile? Ah! Povero eroe che non hai temprata la tua pazienza come la tua spada! Meglio per te annegare nel vino di Chio il vano tuo sogno!…”. Non si contavano gli applausi, per il ritorno di un testo come una novità. La zattera dei sopravvissuti indicava l’unico mito: ricominciare dal silenzio.

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