


Nudo di
donna
"Nudo di donna" è la declinazione interamente femminile di “Soli”, la prova attoriale che propone di affrontare il palco nella sua forma forse più crudele e seducente: da soli. O, in questo caso, da sole.
In scena si susseguono monologhi e frammenti provenienti dal repertorio teatrale, cinematografico e poetico contemporaneo, attraversando scritture e immaginari molto diversi tra loro: da Sarah Kane a Steven Berkoff, da David Mamet a Gabriel García Márquez, da Jean Giraudoux a Thomas Vinterberg, fino alla voce poetica di Hanan Ashrawi. Autori lontani per lingua, epoca, poetica e sensibilità finiscono così per concorrere alla costruzione di un unico, complesso ritratto del femminile.
Non esiste qui una Donna con la maiuscola, astratta, simbolica, rassicurante. Esistono donne. Molte. Diverse. Contraddittorie. Donne che studiano, lavorano, amano, generano, desiderano, falliscono, combattono; donne che diventano madri e donne che cercano ancora disperatamente di essere figlie; donne brillanti, fragili, feroci, ridicole, ambiziose, spezzate. Donne violate e donne che, dopo la violenza, raccolgono i propri frammenti e decidono in quale forma ricomporsi. Donne che perdono il controllo, che abitano una clinica, un ufficio, una cucina, una camera da letto, un ricordo, un’ossessione.
“Nudo di donna” nasce anche dalla volontà di sottrarre il racconto del femminile alla liturgia delle ricorrenze. La donna non ha bisogno di essere ricordata soltanto quando diventa vittima, quando una statistica la trasforma in numero o una tragedia le concede per qualche giorno il diritto di occupare il centro della scena. Il femminile merita di essere osservato nella sua totalità, nelle zone luminose come in quelle d’ombra, nella forza e nella vulnerabilità, nell’eroismo e nella meschinità, nella lucidità e nella follia. Perché celebrare una donna significa innanzitutto concederle il privilegio della complessità.
Ogni monologo spalanca così un mondo autonomo e compiuto. Cambiano l’età, l’estrazione sociale, il passato, le circostanze, le ferite e soprattutto il modo in cui ciascun personaggio decide di stare di fronte alla propria esistenza. Non esiste una risposta corretta alla vita, così come non esiste un unico modo di essere donna. Alcune resistono, altre fuggono. Alcune perdonano, altre si vendicano. Alcune si ricostruiscono, altre scelgono di abitare le proprie macerie.
All’attrice il compito, tutt’altro che rassicurante, di attraversare queste esistenze senza protezione. Restano il corpo, il respiro, la voce, il pensiero e quella terribile distanza che separa l’attrice dallo spettatore e che proprio lei dovrà riuscire ad annullare.
Il nudo di “Nudo di donna” non appartiene al corpo esibito, ma al corpo disarmato. È la nudità dell’attrice che rinuncia progressivamente alle proprie difese e si espone allo sguardo del pubblico. Mettersi a nudo significa togliere, strato dopo strato, ciò che protegge. Fino a non avere più alibi.
E allora ogni assolo diventa una piccola anatomia emotiva. Attraverso il monologo interiore, il lavoro sulle immagini, sugli antefatti, sulle urgenze, sulle transizioni emotive, sulla quarta parete e sulle proiezioni vocali ed energetiche, l’attrice tenta di trasformare una storia individuale in un’esperienza condivisa, intercettando nello spettatore qualcosa che precede il giudizio e appartiene piuttosto al riconoscimento.
Perché quelle donne possono essere lontanissime da noi, eppure qualcosa di loro inevitabilmente ci riguarda.
“Nudo di donna” è dunque una successione di frammenti, ma non una raccolta. Le singole storie si richiamano, si contraddicono, si contaminano fino a costruire un unico corpo scenico, irregolare e pulsante. Un corpo composto da molte donne e da molte attrici che, per qualche minuto, accettano di non avere più nulla dietro cui nascondersi.










