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Salomè

In un tempo che non è più tempo, in un mondo che ha attraversato la catastrofe e l’ha assorbita nel proprio sangue, sorge la nera corte di Erode: È un’anticamera dell’inferno: un antro oscuro, corrotto, popolato da creature, morenti e inquiete. Lo spirito e’ malato, i volti mascherati, gli occhi spenti. L’anima, priva di orientamento in questo regno terminale impastato diincenso e metallo dove la carne si disgrega, ha ormai smesso di urlare. Una decadente liturgia del potere e del desiderio, In questo universo claustrofobico le leggi del sacro e del profano si sono fuse in un unico culto oscuro: quello della voluttà, della superstizione, della putrefazione lucente. Il sacro è sostituito da oscuri rituali mistici e pagani. Ed è qui che appare lei. Salomè. Non semplicemente bella ma: Intatta. Inviolata. Sana. Fulgida visione di purezza e integrità fisica assoluta: pelle diafana, lineamenti intatti. Ma non innocente. È questa sua intatta bellezza a renderla desiderata, quasi deificata, e allo stesso tempo odiata e temuta. In una corte dove tutti marciscono, dove la carne è solo fango e ferita la sola presenza di una creatura "non contaminata" diventa scandalo, ossessione, oggetto di culto e insieme condanna Salomè, vergine e vampira, tiene in scacco la corte come una dea bambina spezzandone l’equilibrio come un’allucinazione sacra nel buio. In mezzo a un’ umanità deformata, è la nuova Beatrice e la nuova Lilith, la visione angelica e la femmina perduta. È l’ossessione del re, il feticcio della corte, la santa e la dannata. Questa Salomè, capolavoro di Oscar Wilde, si trasforma in questo adattamento in una macabra allegoria dark e distopica, dove l’estetica post-atomica si fonde con l’immaginario simbolista e decadente. Le influenze visive si muovono tra i deserti acidi e le atmosfere funeree dei drammi religiosi medievali, con la danza dei sette veli che non è più un gioco di seduzione, ma un rito sciamanico, crudo e mistico, una smembratura spirituale che evoca il sangue, la morte e il sacro. Salomè non è solo la donna fatale: è l’ultima visione del sacro in un mondo che ha perso Dio. Iokanaan non è solo un profeta: è l’annuncio di una verità insostenibile per chi vive nel fango è l’annuncio di un altro mondo. Erode non è solo un tiranno vizioso: è l’uomo che desidera ciò che non può più toccare senza morire. Ma Salomè non desidera Erode. Non vuole dominare ciò che è già marcito, il suo desiderio si rivolge altrove: verso il profeta, il visionario, anch’egli integro, anch’egli puro, anch’egli vivo. Due corpi sacri in un regno profanato. Ma Iokanaan rifiuta. Rifiuta Salomè, rifiuta il mondo, rifiuta la carne. E da quel rifiuto nasce la tragedia. Perché Salomè ha deciso e lo vuole per sé. E allora danza. Ma non danza per sedurre: Danza per distruggere. Ogni “velo” che cade è una pelle che si lacera, una verità che si spezza, un sacrificio al dio dell’ossessione.

 

Questo spettacolo è un viaggio nell’abisso della brama e della fine, un’elegia visiva e sonora sulla bellezza che uccide, sull’amore come condanna, sulla purezza come eresia. In questa emivita, la parola di Wilde risorge come una liturgia nera, un poema blasfemo, un’estrema preghiera lanciata ne buio. Frammenti della ballata del carcere di Reading puntellano l’architrama e riaffermano con forza che sono tutti prigionieri di Salomè, della sorte e della mancanza di ogni speranza.

Le luci incidono la scena come lame di neon sacrificale. La musica, distorta e rituale, batte come un cuore mutato sulle rovine di un culto perduto. Le parole di Wilde risuonano come antifone mantra che si ripete e si incarna in un teatro che non rappresenta, ma evoca, invoca, contamina, ferisce.

 

Questa Salomè è la fiamma. Il mondo attorno è già cenere

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